Lettera dall’Icsaic*

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Per la Giornata della Memoria.

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Vi proponiamo alcune delle riflessioni contenute nel “foglio” realizzato in occasione della <Giornata della Memoria> dall’Istituto Calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea.

*L’Istituto, fondato il 2 aprile 1983 con atto rogato dal notaio Paolo Gullo, opera nell’intera regione ed ha sede nella città  di Cosenza. Fa parte della federazione di Istituti storico-culturali, presenti in tutte le regioni italiane e federati al prestigioso Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia “Ferruccio Parri”.

 

L’ICSAIC, dando attuazione a quella che era un’idea, entusiasticamente condivisa dal compianto Tobia Cornacchioli, ha deliberato di pubblicare una Lettera non tanto soggetta all’oblio della periodicità  fissa, burocraticamente stabilita quanto legata a scadenze suggerite dal tormentato calendario storico del ‘900. Lo scopo è quello di fornire ragguagli e informazioni, anche sotto forma di essenziali rassegne storico-bibliografiche, su momenti celebrativi, come la ricorrenza del 25 aprile e via discorrendo. Il tutto, senza alcuna gratuita ricerca di complessità  ma in forma alquanto piana ed accessibile, quale deve essere necessariamente quella di lettere che hanno, fra i loro destinatari, anche e soprattutto, gli studenti delle scuole secondarie. Non è il caso di aggiungere che la collaborazione, fin dal prossimo numero, è aperta a tutti.

Giuseppe Masi

 

Titoli delle riflessioni presenti:

La memoria contro l’oblio. (M. Chiodo)

La Shoah è un unicum nella storia del mondo. (E. Esposito)

L’Altra Resistenza. (A. Orlando)

Ferramonti di Tarsia. (F. Volpe)

Momenti del ’38 a Cosenza. (L. Intrieri)

Documenti:

Testimonianza tratta da “Il SoleDue” – Bollettino d’informazione della Parrocchia S. Pietro in Rogliano (Cs).

All’interno del “foglio” – edizione di gennaio 2004 – dell’ICSAIC, sono contenuti anche:

l’Antisemitismo a la Francaise di Andrea Mammone, e Un Adolescente di Budapest nel campo di sterminio di Auschwitz di Cinzia Campagna.

 

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La memoria contro l’oblio.

di Marinella Chiodo

Ricordare e riflettere sono compito e responsabilità  dello storico, perciò – anche quest’anno – il nostro Istituto è presente nelle scuole per testimoniare alle nuove generazioni quanto è accaduto e riflettere insieme sull’intreccio tra passato, presente e futuro, che sta alla base dell’esistenza umana, per far si che l’agire sia al riparo dal “male assoluto”. La Memoria è, per definizione, la capacità  di conservare informazioni e sensazioni passate, non solo quindi il semplice avvenimento, ma anche i suoi riflessi, le sue tracce, le sue ricadute e conseguenze. Da ciò la Storia, che sui fatti si ferma a riflettere, fornendo all’uomo gli strumenti per orientarsi nel tempo e nel mondo. Da ciò anche la Poesia e l’Arte, che evocano, più che i fatti e le loro cause, le sensazioni passate, i traumi e le macerie in cui muoversi per ritrovarsi. Memoria individuale e collettiva sotto forma di narrazione storica o di immaginario sociale costituiscono, dunque, il fondamento dell’identità  umana grazie ai linguaggi della comunicazione. Altrettanto Amnesia e Oblio ne costituiscono la negazione sia attraverso l’assenza di forme della comunicazione sia attraverso la loro manipolazione. Memoria ed Oblio rimandano, quindi, all’esercizio e alle responsabilità  dirette del Potere, oggi più che mai, in molti settori, impegnato sul fronte del negazionismo e del revisionismo proprio in merito alla Shoah e al suo essere conseguenza specifica del totalitarismo. Qui stanno – a mio parere – la difficoltà  e la responsabilità  interpretativa dello storico, posto di fronte a ciò che si è delineato e pienamente compiuto nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. Alla Storia spetta, dunque, il compito di dipanare il filo che va dalla iniziale discriminazione e persecuzione allo sterminio finale degli ebrei, anche se proporsi di comprendere quanto è accaduto e chiedersi, per dare una risposta, la terribile domanda : “Come è potuto accadere?” – creano una difficoltà  estrema, perché ci costringe a prendere in considerazione la possibilità  del “male assoluto”, incarnato nell’uomo stesso, togliendoci ogni speranza di miglioramento e di liberazione. Eppure mai, in nessuna parte del mondo e in nessun tempo, l’umanità  era risuscita a costruire una macchina così perfettamente funzionante e con l’unico scopo dell’annientamento degli esseri umani. Solo il Totalitarismo ha potuto e potrebbe garantirsi tale perfetta modernità  ed efficienza, per il fatto stesso che, autorappresentandosi come Tutto, non ha bisogno di niente, riconducendo ogni essere al Nulla, proiettandosi nell’assoluto nichilismo. Chiederemmo, perciò, troppo alla riflessione storica di fornirci una risposta univoca e rassicurante su come sia potuto accadere lo sterminio. Rompere, invece, il silenzio tremendo delle coscienze, il buio della pietà  e il grigio dell’indifferenza, in cui fu avvolta e consentita la cosiddetta operazione “Notte e Nebbia”; far ammettere quanti c’erano di “ignorare di sapere” e al tempo stesso di “sapere d’ignorare” questo si è quello che la riflessione storica può e deve fare. Ciò significa riempire il vuoto di voci e di moniti contro qualsiasi segno di bestialità  del Male, significa rappresentare il dolore e la desolazione del mondo occupato e aggredito dal sistema del Nulla, significa ricostruire l’orizzonte umano al riparo dalla “banalità “, che – come ha radicalmente sostenuto Hannah Arendt – è l’essenza del male più assordo e assoluto. Ecco perché il nostro Istituto, insistendo dalle sue origini sulla didattica della storia, intende rafforzare il legame con le nuove generazioni attraverso la pratica dell’incontro, della testimonianza e della riflessione, individuando come strumenti di comunicazione aperta e attiva non solo la narrazione dei fatti e la trasmissione delle esperienze dei protagonisti, ma anche – come avverrà  in questa giornata nelle tante scuole in cui siamo presenti – la rappresentazione di quella assurda tragedia attraverso la forza delle immagini artistiche e della parola poetica, convinti che la Memoria si nutre oltre che di informazioni, grazie agli esercizi mentali, anche di emozioni, grazie alla partecipazione attiva e diretta.

 

La Shoah è un unicum nella storia del mondo.

di Enrico Esposito

Giornata della Memoria 2004 – Al liceo Scientifico di Scale si parte dal romanzo di Kertesz, Essere senza destino. La giornata anche quest’anno è stata l’occasione per riprendere il discorso sulla specificità  dello sterminio del popolo ebreo, perpetrato dal nazismo con la complicità  dei vari fascismi europei. E’ stato cioè ribadito che si tratta di un unicum nella storia umana, da non poter essere paragonato a nessun altro eccidio, a nessun altro genocidio. Il rischio che si possa fare del 27 gennaio una ricorrenza come tante altre, per richiamare alla memoria tutte le altre stragi della storia è sempre in agguato, anche se oggi le tesi revisionistiche e negazionistiche hanno sempre meno presa sull’opinione pubblica. Ma cercare di indurre a considerare la Shoah come uno dei tanti stermini nella storia, è più pericoloso del peggior revisionismo. La destra infatti ricorda i lager staliniani, la sinistra lo sterminio di intere popolazioni ad opera dei colonialisti, a incominciare dagli indios eliminati da Colombo. E’ così l’unicità  dell’olocausto degli ebrei si stempera, fino a perdere i suoi connotati specifici, mentre non c’è bisogno di dimostrare che la “soluzione finale”, e cioè lo sterminio degli ebrei, è stata voluta per nessuna delle ragioni ricorrenti nella storia. “nella storia del mondo – ha affermato lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua – non mancano le guerre, i massacri, anche i tentativi di sterminio: solo che in genere si può individuare una ragione, non dico una giustificazione, ma una logica, per quanto spietata. Un popolo vuole sterminare un altro per strappargli territorio, ricchezze, potere, per prevenire un attacco. Ma nella Shoah abbiamo visto un popolo che cerca di sterminare un altro per nessuna delle ragioni citate. Verrebbe da dire: per nessuna ragione. Per puro odio razziale, senza motivazioni razionali”. E forse è proprio questa mancanza di motivazioni razionali che ha portato Imre Kertezs, scrittore ungherese scampato allo sterminio, premio Nobel per la letteratura 2002, ad affermare nel suo romanzo Essere senza destino, pubblicato nel 1975 da Feltrinelli, che ad Auschwitz e negli altri lager non sono morti soltanto milioni e milioni e milioni di ebrei, ma sono morti, forse per sempre, i valori della civiltà  occidentale, fondata sulla tolleranza e sulla ragione, sulla fede nell’uomo e nel suo creatore. La disperazione portava a credere persino che l’uomo fosse stato abbandonato da Dio alla sua tracotanza e alla sua malvagità . Ma oggi sappiamo che quei valori che sembravano finiti per sempre sono gli stessi che hanno permesso di riprendere il cammino della civiltà  interrotto dalla barbarie nazista e fascista. Ma resta l’interrogativo inquietante: è proprio vero che fascismo e nazismo sono da considerare fenomeni estranei alla cultura europea ed occidentale? Di questo s’è incominciato a discutere al Liceo Scientifico di Scalea, in vista della Giornata della Memoria 2004. E si è partiti proprio dal romanzo di Kertezs, che Cinzia Campagna, della classe Quinta B, suggerisce di leggere cosi. (segue Un Adolescente di Budapest nel campo di sterminio di Auschwitz di Cinzia Campagna).

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L’Altra Resistenza.

di Antonio Orlando

Subito dopo l’8 settembre 1943 oltre 600.000 militari italiani furono catturati, disarmati e deportati in Germania per essere rinchiusi nei campi di concentramento prima ed adibiti poi a lavori pesanti e pericolosi. Almeno 50.000 di essi morirono di malattie, di stenti ed a causa di maltrattamenti, percosse e sevizie di ogni genere. I tanti che, alla fine del conflitto, a mezzo di durissimi sacrifici, riuscirono a rientrare in patria, vennero dimenticati. Tutte queste persone, ai quali vanno aggiunti migliaia di civili rastrellati dai nazisti durante i mesi di occupazione, furono denominati I.M.I. – Internati Militari Italiani. Una sigla maledetta che non diede loro, purtroppo, neppure lo status ufficiale di “prigionieri di guerra”. Il sacrificio, consapevole e generoso, di questi italiani né è stato tenuto in debita considerazione, né è stato valutato l’enorme apporto, sia pure indiretto, che essi hanno dato alla liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Infatti, l’accanimento dei nazisti nei loro confronti aumentò a dismisura allorquando la stragrande maggioranza di essi – si potrebbe dire, la quasi totalità  – si rifiutò di giurare fedeltà  a Mussolini ed alla Repubblica Sociale Italiana – la Repubblica di Salò – e di rientrare in Italia per combattere a fianco dei fascisti e contro i partigiani. Nessuno di loro si dichiarò, come pretendevano i tedeschi, “soldato di Mussolini”, ma tutti opposero un ostinato silenzio o, con una formula che per i nazisti suonava come una beffa, affermarono di essere “soldati del Re”. Si immagini, una volta tanto – anche se sappiamo tutti che la Storia non ammette né “se”, né “ma” – quale apporto avrebbe potuto assicurare alla guerra di Mussolini questa enorme massa di militari se fosse stata schierata nelle aree centro-settentrionali dell’Italia. Il numero dei prigionieri italiani è tre volte superiore al numero dei partigiani combattenti e già  questo solo dato numerico, di per se, è indicativo dei rapporti di forza che avrebbero, inevitabilmente, fatto pendere le sorti dello scontro civile a favore dei fascisti. Gli alti comandi della Wehrmacht avevano messo in conto, fin dalla caduta di Mussolini, la possibilità  di uno sganciamento unilaterale dell’Italia dal conflitto e per questo una direttiva interna stabiliva che ” Å i soldati italiani devono essere disarmati e considerati quali prigionieri di guerra” , nell’ipotesi avessero rifiutato di collaborare. Solo che, fortemente irritato dal rifiuto dei soldati italiani, Hitler in persona decise, con un provvedimento del 20 settembre 1943, che i prigionieri italiani sarebbero stati trattati come “internati” e non come stabiliva la Convenzione di Ginevra del 1929, come “prigionieri di guerra”. Mentre i prigionieri di guerra non possono, tra l’altro, essere adibiti come lavoratori se non a particolari condizioni, gli internati non godono di una particolare tutela. Tutti i prigionieri italiani, compresi ufficiali, sottufficiali e civili, sono stati costretti a lavorare nelle fabbriche, nelle miniere, nelle ferrovie e quali addetti allo sgombero delle macerie anche mentre erano in corso i bombardamenti alleati. Nessuna umiliazione è stata risparmiata ai soldati italiani trattati come bestie. “Peggio degli italiani, afferma uno storico tedesco il prof. Schreiber, sono trattati solo i prigionieri russi”. Nessun riconoscimento è stato, però, concesso dai governi dell’Italia democratica a questi suoi figli e solo grazie alla forza della memoria dei tanti sopravvissuti, finalmente oggi si comincia a ricostruire una pagina gloriosa di resistenza e di, diciamo senza retorica, amor di patria. L’impegno di tanti, compresi molti studiosi e giuristi tedeschi, ha portato nel luglio del 2000 il parlamento tedesco all’approvazione di una legge, intitolata “Istituzione delle fondazione. Memoria, responsabilità  e futuro”., che prevede, tra le tante cose, il pagamento di un indennizzo a tutti i prigionieri di guerra che sono stati costretti a lavorare per il regime nazista. Con un escamotage, con un cavillo giuridico i prigionieri italiani sono stati esclusi dai benefici di questa legge e, ancora una volta, sono stati beffati e maltrattati. Nessun aiuto, nessun appoggio, nessun sostegno è venuto dai governi italiani alla causa degli I.M.I., né la voce dell’Italia si è fatta sentire nel contesto europeo. Ancora una volta i deportati italiani sono stati abbandonati e la memoria è stata cancellata. Nel giorno della memoria è necessario che vengano ricordati ed onorati tutti questi italiani e che per loro, se la Germania non vuole o non può provvedere, l’Italia, dopo aver finalmente riconosciuto questi suoi figli, stabilisca un riconoscimento ufficiale ed un adeguato risarcimento.

 

Vittime della Shoah in Italia.

Morti = 5969

Sopravvissuti = 837

Totale = 6806

Deportati secondo il Lager di destinazione.

Auschwitz:

Morti = 5644

Sopravvissuti = 363

Altri Lager

Morti = 170

Sopravvissuti = 440

Dato ignoto

Morti = 155

Sopravvissuti = 34

Totale 6806

 

Ferramonti di Tarsia

di Francesco Volpe

Anche in Calabria, dal 1940 al 1943, si consumò una tragedia, certo meno cruenta ma altrettanto disumana: quella degli internati a Ferramonti di Tarsia. Quando – scrive Israel Kalk – “l’ebreo errante arriv ò a Ferramonti i catene” cominciò un dramma che “i calabresi forse un giorno racconteranno ai loro figli”. Queste parole dell’apostolo degli internati, nella loro dolente lapidarietà , danno meglio di qualsiasi altra possibile espressione il senso e l’idea della vicenda storica che iniziata nel giugno del ’40 con l’arrivo dei primi nuclei di deportati ed internati, si concluse nel settembre del ’43, dopo tre anni vissuti nel campo di baracche, nel frattempo apprestato: un vero e proprio “lager” come il sottoscritto lo definiva nell’introduzione al volume, a sua cura, degli “Atti” del convegno dell”87 (Ferramonti: un lager del Sud, Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1990), nel quale chi vuole potrà  trovare elementi informativi più analitici e particolareggiati. Si trattò di una esperienza la cui intrinseca “tragicità ” fu innegabilmente mitigata, ma in nessun modo annullata, dall’impatto tutto sommato positivo con la popolazione locale e dall’umanità  degli addetti alla sorveglianza e, soprattutto, dal maresciallo Marrari. Masi badi bene – l’internamento coatto in un campo significava pur sempre – come ha precisato lo storico tedesco Klaus Voigt, presente al convegno, “la privazione della libertà  personale era paragonabile alla prigionia”. La situazione degli internati era “seria e drammatica, benché mai in misura paragonabile alla Germania, dove la macchina statale e poliziesca eseguiva Å ordini impartiti senza pietà “. Sarebbe, però, fuorviante cercare di spiegare la suddetta maggiore vivibilità  del campo di Ferramonti, ricorrendo al logoro luogo comune degli “Italiani brava gente”, luogo comune del resto clamorosamente smentito da quanto avvenuto, dalla fine del ’43 all’aprile del ’45, al Nord, dove nazisti e fascisti operarono insieme. Segmento, dunque, marginale e periferico quando si vuole nella storia complessiva della Shoah, questo di Ferramonti, ma non meno denso di significato e valenze inquietanti.

 

Momenti del ’38 a Cosenza.

di Luigi Intrieri

Nell’autunno del 1938, tornando a casa, mio padre riferì che in Cosenza alcune persone erano state malmenate perché avevano comprato “L’Osservatore Romano”. Ero un ragazzo e non riuscivo a capire il significato dell’accaduto. L’unica cosa che sapevo era che “L’Osservatore Romano” era il giornale del Papa, e per me, che frequentavo la parrocchia e sentivo parlare con gran rispetto del Papa, il fatto era strano e incomprensibile. Non sapevo, infatti, che da alcuni mesi una forte polemica sul razzismo contrapponeva il giornale vaticano ai giornali fascisti; non sapevo che Pio XII° era intervenuto personalmente con dei discorsi nel tentativo di dissuadere Mussolini dal procedere verso una legislazione razziale, né sapevo alcunché su questo problema. Ignoravo del tutto che a questa polemica aveva partecipato con articoli pungenti anche il giornale diocesano “Parola di vita”, diretto da don Luigi Nicoletti. Ignoravo che per questo motivo le autorità  fasciste avevano trasferito d’ufficio don Luigi dal Liceo di Cosenza, dove insegnava, a quello di Galatina in Puglia. Solo molto dopo, quando incominciai ad occuparmi di ricerca storica intorno alla figura dell’arcivescovo Roberto Bogara, scoprii i fatti e le motivazioni. La Chiesa, infatti, pur in disaccordo con gli Ebrei per motivi religiosi e politici, non poteva accettare qualsiasi forma di razzismo per gravi motivi legati alla sua dottrina e alla sua storia. Essa, impegnata a diffondere l’insegnamento di Gesù Cristo, crede fermamente che tutti gli uomini soni uguali, perché tutti creati da Dio e redenti da Cristo con la sua passione e morte. Inoltre in particolar modo non poteva e non può accettare alcuna forma di antisemitismo, perché altrimenti accetterebbe il principio che i suoi fondatori (Cristo, Maria Vergine e gli Apostoli) appartengono a una razza inferiore. Per questi motivi la reazione del Papa e dei Vescovi del tempo era stata molto forte, prima contro il razzismo nazista in Germania e poi anche contro il razzismo italiano.

Documenti

Testimonianza tratta da “Il SoleDue” – Bollettino d’informazione della Parrocchia S. Pietro, Rogliano, 27 marzo 1994 (in L. Falbo, Fascismo e antifascismo in Calabria. Il caso di Rogliano, Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1995).

Å “E poi ancora, Domenico Rota. Questi, chiamato alle armi e inviato all’11° Autocentro a Udine, si trovava al momento dell’armistizio in Francia dove, per evitare di trasportare munizioni in Normandia, sabotò il proprio automezzo immettendo della pasta-smeriglio nel serbatoio dell’olio. Portato in Germania e processato a Offemburg, fu deportato nel campo di Butuschinchen e condannato a 18 mesi di lavori forzati nelle fonderie di Mauthausen. “Glie ebrei si vedevano partire su dei camion – afferma Rota in una recente intervista – sparivano di giorno in giorno. Non vedevamo nulla se non l’esterno de forni Å ma tutti sapevano che venivano mandati ai forni. Chi entrava non usciva vivo. Il mio capo-forno un giorno, mentre ingrassavo gli ingranaggi meccanici del forno, mi disse Metti, metti questo grasso, è grasso umano e ne abbiamo tanto” Å .

 

 

 

 

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