150 anni fa moriva Tommaso Ortale

Penalista del Foro cosentino ed esponente di primo piano dell’Ottocento calabrese

“Ricordare Tommaso Ortale a centocinquant’anni dalla morte, significa dare il giusto rilievo a quelle biografie <minori> che costituiscono la struttura portante della <grande storia> e che, il più delle volte, sono sacrificate alla necessità  di sintesi della storiografia ufficiale”. Parte da questo presupposto il commento di Fabrizio Perri (appassionato di storia e autore di alcuni volumi) sulla figura e l’opera di Tommaso Ortale, penalista del Foro cosentino ed esponente di primo piano dell’Ottocento calabrese, del quale in questi giorni si celebrano i centocinquant’anni della morte. Nato a Marzi il 2 giugno 1802 da Stefano e Fiorita Arcuri, Ortale fu uno dei principali protagonisti “di quella stagione di lotte, insurrezioni e speranze costituzionali che nell’Ottocento diede forma e sostanza al Risorgimento italiano e calabrese”. “Gli eventi risorgimentali – spiega Perri – per Tommaso Ortale, rappresentarono il punto d’arrivo, e il più alto, di una vita vissuta all’insegna della libertà  e contro il dispotismo, a partire dalla sua affiliazione, ancora giovane e da subito come graduato, nelle società  segrete di matrice massonica”. “Nel 1844, insieme agli avvocati Cesare Marini e Gaetano Bova – aggiunge Perri – Tommaso Ortale fu nominato difensore d’ufficio nel processo davanti alla Commissione militare contro i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e i loro compagni. Il tragico episodio dei Bandiera segnò Tommaso Ortale e, rese ancora più profondo il solco fra monarchia borbonica e borghesia cosentina: l’opposizione si riorganizzò e i preparativi insurrezionali si fecero più intensi, fino a sfociare nel tempestoso ’48”. Fabbrizio Perri, nella stessa occasione sottolinea anche alcuni episodi della vita e della carriera di Tommaso Ortale: gli incarichi e gli impegni pubblici (fu anche deputato al Parlamento napoletano) o il momento in cui fece riesumare i corpi dei Fratelli Bandiera e di altri martiri del 1944 per farne celebrare solenni funerali nel duomo di Cosenza. Era il 15 marzo 1848. Le ricorrenze e gli anniversari “offrono – conclude Perri – l’occasione di riesumare esistenze di cui si è sentito vagamente parlare e i cui nomi, a distanza di secoli, servono per lo più ad orientarsi nella toponomastica di paesi e città  dimenticando che invece, fanno parte integrante della nostra storia e della nostra identità “. Tommaso Ortale, ricordiamo, morì esule a Genova il 31 luglio 1854 dopo una sentenza di condanna a morte per atti di cospirazione e attentati contro la sicurezza interna dello Stato. A questo personaggio quasi dimenticato della storia calabrese, sia a Cosenza che a Marzi sono dedicati alcuni spazi del centro storico.

Gaspare Stumpo

Nella foto, in alto: Marzi (Cs), la piazza dedicata a Tommaso Ortale e a destra l’abitazione natale

 

Riportiamo integralmente il commento su Tommaso Ortale di Fabrizio Perri

Politica e impegno civile in Tommaso Ortale nel 150° della morte

Ricordare Tommaso Ortale a centocinquant’anni dalla morte, significa dare il giusto rilievo a quelle biografie “minori” che costituiscono la struttura portante della “grande storia” e che, il più delle volte, sono sacrificate alla necessità  di sintesi della storiografia ufficiale.

Tommaso Ortale, morto esule a Genova centocinquant’anni fa, il 31 luglio 1854 dopo una sentenza di condanna a morte per atti di cospirazione e attentati contro la sicurezza interna dello Stato, era nato a Marzi il 2 giugno 1802 da Stefano e Fiorita Arcuri.

Egli fu uno dei più importanti penalisti del Foro cosentino e uno dei maggiori protagonisti di quella stagione di lotte, insurrezioni e speranze costituzionali che nell’Ottocento diede forma e sostanza al Risorgimento italiano e calabrese.

Gli eventi risorgimentali, per Tommaso Ortale, rappresentarono il punto d’arrivo, e il più alto, di una vita vissuta all’insegna della libertà  e contro il dispotismo, a partire dalla sua affiliazione, ancora giovane e da subito come graduato, nelle società  segrete di matrice massonica.

La prima prova importante della sua carriera, l’affrontò quando l’Intendente Nicola De Mattheis durante i moti del 1820-21, mise sotto accusa la famiglia Ortale, convinto che essa fosse, in Marzi e a Rogliano, punto di riferimento e principale ispiratrice dei moti insurrezionali.

Tommaso Ortale ingaggiò una furiosa battaglia legale e politica, che contribuì all’allontanamento e al processo del De Mattheis e dei suoi accoliti; da allora in poi egli, pur restando politicamente un moderato, non cessò mai di combattere il dispotismo.

Trasferitosi a Cosenza per meglio esercitare la sua professione, l’Ortale frequentò i Circoli insurrezionalisti e massonici nei quali si ritrovava buona parte della borghesia e della nobiltà  illuminata cosentina; un misto d’intellettualità  romantica e fervore rivoluzionario che dalla spedizione dei Fratelli Bandiera, all’insurrezione del 1848, incendiò Cosenza.

Nel 1844, insieme agli avvocati Cesare Marini e Gaetano Bova, Tommaso Ortale fu nominato difensore d’ufficio nel processo davanti alla Commissione militare contro i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e i loro compagni. Il tragico episodio dei Bandiera segnò Tommaso Ortale e, rese ancora più profondo il solco fra monarchia borbonica e borghesia cosentina: l’opposizione si riorganizzò e i preparativi insurrezionali si fecero più intensi, fino a sfociare nel tempestoso ’48.

Il ruolo e l’impegno pubblico di Tommaso Ortale divennero sempre più importanti. Prima Presidente del Circolo Nazionale nato dalla trasformazione della loggia massonica di Cosenza allo scopo di vigilare sull’effettivo svolgimento della Costituzione; poi Comandante della Guardia Nazionale di Cosenza e della Provincia e Deputato del Parlamento napoletano nel breve periodo in cui restò in vigore la Costituzione. Incarichi sempre più importanti, che non lasciano dubbi sul suo prestigio politico.

A Tommaso Ortale mancava senz’altro il temperamento sanguigno del rivoluzionario intriso di cultura romantica che caratterizzava personalità  come Domenico Mauro o Biagio Miraglia. Egli però era un liberale convinto; a ciò si aggiunga quel senso pratico e quella competenza tecnica che gli consentiva di muoversi con disinvoltura nei meccanismi istituzionali e di operare praticamente nella realtà  del suo tempo. Non esitò a rifiutare la carica di Intendente della Provincia che il Governo borbonico gli offrì nei tormentati giorni del maggio 1848.

Egli intuì chiaramente che un gruppo dirigente caratterizzato da un’articolata composizione sociale e una Provincia frastagliata, avevano bisogno di unità  per fronteggiare con successo la reazione che era dietro l’angolo. Si batté con caparbietà  contro la legge che voleva disarticolare la Guardia Nazionale, richiamando tutti all’importanza di un coordinamento unitario facente capo ad un unico centro e comando in cui raggruppare tutte le forze della Provincia. Egli conosceva bene il valore dei simboli e la loro forza di aggregazione, cosi il 15 marzo 1848 fece riesumare i corpi dei Fratelli Bandiera e degli altri martiri del ’44, facendone celebrare i solenni funerali nel Duomo di Cosenza.

Un atto sottolineato con forza e malcelata ammirazione anche dalle autorità  borboniche le quali, nella sentenza di condanna a morte in contumacia, riconobbero che gli “scritti fatti da lui circolare, le opere messe in fatto con dare funerali ad esteri ribelli in tempi nei quali ogni esempio era scintilla a molto fuoco, addimostrano il sentire di un uomo non ultimo per talento. Capiva Ortale il bisogno di una forza per attuare e spiegare il suo genio alla rivolta”.

Le ricorrenze e gli anniversari forse servono a questo. Essi offrono l’occasione di riesumare esistenze di cui si è sentito vagamente parlare e i cui nomi, a distanza di secoli, servono per lo più ad orientarsi nella toponomastica di paesi e città  dimenticando che invece, fanno parte integrante della nostra storia e della nostra identità .

Fabrizio Perri

 

 

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