“Ritrovare il Primo Maggio”

* Di Leonardo FALBO  

  

AGLI INIZI DEL TERZO MILLENNIO, in un tempo caratterizzato dal neoliberismo più sfrenato e dalla globalizzazione massificante, il lavoro diviene, sempre più, altro. Persino alcune sue categorie interpretative, che hanno costituito significativi momenti di analisi di non pochi luminari dell’economia politica, appaiono, nel nostro tempo, inadeguate a definirne  valore e funzione che stanno subendo  una metamorfosi di cui è difficile intravedere l’approdo. Oggi il lavoro è precarizzato, interinale, saltuario, intermittente, virtuale, minorile, a domicilio,  ecc.;  chi lo svolge e ne soffre la fatica è un “lavoratore di pubblica utilità ” (Lpu), “un socialmente utile” (Lsu), “un Co. Co. Co.” (Collaborazione coordinata e continuativa),  “un ex art. 7”, un “lavoratore in affitto”,  ecc. Parimenti, la festa dei lavoratori, che si celebra ogni anno il 1° Maggio sin dalla seconda metà  dell’Ottocento rappresentando la continuità  di una straordinaria storia di emancipazione che ha caratterizzato la civiltà  del ventesimo secolo, rischia di essere snaturata, di divenire, sempre più, altro se – come sembra avvertirsi – va disgiungendosi dai valori storici, umani e sociali che ne definirono la nascita, e viene vissuta sempre più prosaicamente. Per evidenziare il carattere pienamente operaio della festa, il  giornale cosentino “Il Lavoro” (a. I, n. 9) si esprimeva nei seguenti, incisivi, termini in occasione del Primo Maggio 1905: «Il Primo Maggio è festaÅ dunque. DunqueÅ fate piano, perché il dunque può essere come una timpa, e dalle timpe si può precipitare rompendosi il naso. Il Primo Maggio è la festa del lavoro: badate, è la festa del lavoro; dunque non la festa dei cantinieri, dei grancassieri, dei tamburai, dei questuanti, degli apparatori, di tutti quelli insomma che sulle feste mangiano. E’ la festa del lavoro!… è perciò la festa del dolore e della vita».  Sulla stessa testata, nel numero dedicato al  Primo Maggio dell’anno successivo (a. II, n. 16), si legge: «Vorremmo che i nostri operai facessero bene, degnamente, la festa del Primo Maggio, la festa del lavoro. E vorremmo che la facessero in questo modo. Nelle feste serie e fruttuose, qual’ è la parte più importante e più bella? E’ certamente l’idea, il pensiero che anima la festa. Vorremmo dunque che gli operai nostri celebrassero la festa del Primo Maggio, la festa del lavoro, col ricordarsi e coll’affermare ben bene, l’idea che è l’anima di quella festa. Qual’ è questa idea? E’ la bella, la grande idea della redenzione del lavoro. Sì, la redenzione del lavoro. La redenzione nella giustizia e nella fraternità ». Per una riflessione (soprattutto delle nuove generazioni) su quel che ha rappresentato il Primo Maggio, ovvero la Festa dei Lavoratori, riteniamo possa essere interessante pubblicare, a distanza di oltre un secolo, una bella, delicata e significativa favola di Pasquale Rossi, intellettuale e scrittore cosentino, apparsa su “Il Domani”, (a. I, n. 14, Cosenza, 30 Aprile 1901).
 
* Sezione Didattica – Istitituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea
 
 

§§ La leggenda delle fate

 
Era una delle più belle giornate di primo di maggio. Il cielo era di un azzurro purissimo ed un vento fresco e leggero spargeva per l’aria un odore soavissimo tolto a’ mille fiori dei campi, mentre il più bel tepore primaverile metteva come un’ebbrezza nuova, inebriante per il sangue e per le vene. Si sentiva che la primavera era oramai venuta e con lei il cinguettio degli uccelli, lo svolazzio delle rondini e quella vita misteriosa di che si anima in natura. Era davvero un primo maggio stupendo, quale la fantasia gentile d’un poeta sa appena immaginare e dipingere. Il palazzo delle fate sorgeva in fondo a’ mari ed era fatto di diamanti e di rubini e in esso stavano la fata morgana con dodici giovinette, l’una più bella delle altre. Quel palazzo avea intorno un giardino delizioso, dove era eterna la primavera: avea stanze splendide, luccicanti di gemme, ognuna delle quali si accendeva dei più bei colori dell’iride; avea oscurità  misteriose, penombre piene di fascino; avea fili d’acqua scroscianti come trillo di riso; avea come una musica strana fatta di note dolci e armoniose. Ma la fata morgana era sempre dolente e sul suo viso severo di bella signora la letizia non era mai spuntata. Anche quel giorno era dunque mesta e sedeva insieme con le altre al lavoro, intessendo, su di un telaio d’oro, un ricamo finissimo, fatto di fili d’oro e d’argento con un intreccio di fili di seta dalle tinte dolci e gentili di viola. Talora smetteva il lavoro e cantava una mesta canzone sulla infelicità  umana. La canzone finiva così: «Il mondo è bello ma gli uomini sono cattivi». Poi il canto taceva, gli occhi si perdevano nel vuoto immenso di quella stanza dorata e l’animo era trascinato dietro una corrente mesta d’idee. E così quella buona fata era dolente della perversità  umana. Fra le dodici giovanette che la circondavano e che lavoravano con lei a’ telai d’oro, ve ne era una ch’era la prediletta della fata morgana ed avea nome Idea: bellissima quanto altra mai con quella sua capigliatura bionda, annodata a mo’ di greca dea, con quella fronte spaziosa per la vivacità  di due occhi neri, meravigliosamente profondi. Il naso era dritto e la bocca piccola di corallo con una fila bianchissima di denti, sotto di cui si aprivano le grazie d’un mento capriccioso, mentre la vita slanciata era chiusa nel drappeggiamento di veste serica  e intorno al collo tornito si avvolgeva un monile ricchissimo di perle e di zaffiri, che mandavano un luccichio abbagliante. Idea era così bella, come buona, come intelligente ma: ella avea, a differenza delle altre, conosciuto il dolore degli uomini: non era nata troppo in alto per non conoscere la miseria, gli stenti, la fame: non era una piccola aristocratica perduta in quel mondo di fate. Essa, si, la sapeva la sua storia di birichina di strada, senza mamma e senza padre, perduta in una vasta metropoli. Ella ricordava perfettamente che una sera si era addormentata sotto l’arco d’un teatro, nella rigidità  penetrante dell’inverno, tormentata dalla fame. Si era addormentata ripensando ad una vecchia istoria con la quale la mamma l’avea altra volta addormentata, la storia della zingara che avea sposato un re. Ella ricordava anzi proprio le parole della fiaba: «Son Paquita, ho paggi e corte/ Nella bella Estremadura./ Chi saper vuol la sua sorte,/ Faccia presto e venga a me,/ Oggi io canto la ventura/ Ma domani sposo un re. E nella sua visione di fanciulla, sperava anco lei e si era così addormentata, quando la buona fata morgana le era passata d’accanto e, vinta dalla pietà  per i fanciulli poveri, e l’avea condotta seco in fondo al mare nel palazzo incantato. Idea si era fatta l’amica sincera della fata morgana che amava tanto gli uomini e avea per essi nel cuore tanta celestiale bontà . Le altre nulla capivano di tutto questo segreto martirio ed erano nella piena incoscienza della felicità  e della ricchezza. E la fata morgana cantava: «Oggi è il 1° Maggio, ma il fiore della pace non ancora è spuntato. E i miseri soffrono e gli apostoli sono in catene. Il mondo è bello ma gli uomini sono cattivi». Poi il suo occhio errò ancora nel vuoto e una lagrima le scorse sul volto ed allora Idea così parlò: «Potentissima fata, se voi volete, io andrò per il mondo a convertire gli uomini e vi riuscirò se voi mi donerete i pregi che voi sola possedete». E la fata morgana rispose: «Va, o mia diletta; ma il cuore degli uomini è duro come l’oro per il quale vivono; è crudele come la smania insaziata che li muove; va e torna presto!». Ed Idea partì e venne al mondo a recare la parola di speranza, di conforto e di pace. Ella camminava lasciando dietro di sé un profumo dolce e gentile e gli uomini al suo sguardo si sentivano rincorati ed i martiri scordavano il peso delle loro catene e dal fondo delle segrete guardavano fidenti l’avvenire. I miseri sentivano rinascere in cuore la fede e i potenti e i superbi sentivano cadere l’egoismo; ma vi erano ben  di quelli che voleano incatenarla e strozzarla, ché temeano quella possanza strana della fata, fatta di virtù e di pensiero. Ma Idea camminava, quasi non sentisse gli ostacoli e non paventasse i pericoli e tutti eran pieni di lei, tantopiù quanto la si volea isolare e distruggere. Ella era diventata immortale e non sentiva la miseria dei freni degli uomini. E camminava e la scena di dolore mutava sempre, ma era sempre uguale. Passò dapprima per un vasto campo insanguinato, ove giacevano a migliaia i morti ed erano tutti giovani ed ognuno di loro avea lasciato chi la madre, chi il padre, chi la sposa, chi i fratelli. E udiva lungi le grida disperate dei parenti e il dolore delle vittime ed Ella che tutto sapea pianse. Pianse e poi disse: «Pace!», e fissò l’occhio nell’avvenire e vide i fucili cambiarsi in aratri, in seghe, in pialle, e i cannoni in macchine da lavoro e cadere i confini e gli uomini formare come una patria sola, la gran patria umana, e delle grida festose salire al cielo: «O amica pace, benedetta sii tu!». E la fata consolata passò oltre e vide un immenso campo dei contadini affaccendati a coltivarlo. Li vide nei giorni tristi e piovosi d’inverno, nei caldi e soffocanti d’està ; li vide ansiosi seguire la vicenda delle messi; vide la biondezza dei campi e i frutteti d’oro e poi la raccolta desiata e i carri carichi avviarsi laggiù in fondo al parco nei granai superbi, mentre l’occhio stanco del coltivatore li seguiva da lungi. Quei volti arsi ebbero un momento di dolore e Idea disse: «Giustizia!» e fissò l’avvenire, ed ecco una sterminata distesa senza siepi, né mura; un affaccendarsi di uomini, un raccogliere di messi, un distribuirsi eguale tra tutti, un dare e un ricambiarsi festoso di servigi come da fratello a fratello. Era la giustizia del pane e del lavoro che Idea divinò e passò oltre. E vide un succedersi di templi, di moschee, di pagode: dappertutto visi esterrefatti dinanzi all’arcano della morte e una voce risonò: «Lasciate il mondo che vi seduce e vi inganna; pensate al di là !». Ed ella vide e disse: «Sia la luce!». E la luce sfolgorante della scienza brillò sugli occhi. «Sia l’amore!» e le destre si strinsero e una religione novella cantò: «No, il mondo non è maledetto: qua il lavoro, qua il solco, qua la spiga». E la fata passò oltre ed entrò in una officina in mezzo a fragor di ruote, a visi smunti, a donne inebitite, a bambini rachitici e ne intese lo strazio e il dolore. «Pietà , siamo stanchi, il lavoro ci ammazza e non ci sfama; dacci un po’ di pace e di pane». Ed Ella disse: «Scenda su di voi il riposo e vi illumini la mente e vi conforti il corpo!». E vide gli ordigni tacere e un popolo di lavoratori giovani e belli muovere cantando: «Il lavoro è forza e salute! Viva la sua festa!». Ed Ella passò oltre e si fermò vicino ad una segreta umida e scura. Dalle inferriate penetrava un debole filo di luce e una ombra giaceva legata in un canto. Era l’ora della tristezza e dello sconforto e pensava la vittima: «Addio mia giovinezza fiorente, mio lieto avvenire, fatto di raggio d’ingegno e di ricca fortuna, perduto per sempre dietro ad un ideale bello sì, ma che non sarà  mai raggiunto».  E l’animo si perdeva nell’onda dei ricordi svaniti per sempre. Egli si rivedea fanciullo, quando andava a scuola e imprometteva tanto si sé, circondato dal tenero affetto di sua madre e dalle dolci e belle lusinghe d’un avvenire desiato. Ricordava le prime gioie e i primi palpiti della pubertà , i primi sguardi furtivi delle fanciulle innamorate, che lo invitavano all’amore. Poi i primi libri letti e i primi rapimenti giovanili e i giorni tristi quando i suoi genitori gli ripetevano: «Ma che importa a te degli altri? Non è il tuo ingegno promittente? Corri dietro alle speranze dorate, alle sue promesse radianti». Ripensava le prime ripulse e poi le prime gioie e i primi dolori: i falsi amici, le censure bugiarde e meschine della folla e il disprezzo indomito fatto di alterezza e di consciente valore. Fra quei bruchi egli era passato come leone, senza né uno sguardo né un detto, con l’occhio fisso in alto e con il volto palpitante della nuova fede. Poi era venuta la segreta. Ah! che dura vita la sua, dietro a che sogno era corso, il mondo era buio come quella prigione ed Idea vi entrò e l’illuminò di sua luce divina e disse: «Spera!». Il prigioniero levò alto lo sguardo come nei bei tempi della sua prima giovinezza e vide su di un’ erta fatale salire una turba di gente preceduta da una bandiera bianca. Era una turba infinita che saliva l’erta faticosa, senza mai stancarsi, lenta sì, ma eguale e solenne. E saliva e saliva ed il povero prigioniero dimenticava le catene e sognava la bella, la santa libertà  del pensiero, e rivedeva i mille martirii sofferti attraverso tutte le età  da Socrate a Gesù a Bruno a Campanella, a Mazzini e vide il martirio e l’apoteosi e sperò, ché la speranza è il conforto delle grandi anime. Ed Ella andò oltre. E vide un gran palazzo illuminato e udì un gran concerto di suoni e vide un ballare affaccendato di coppie luccicanti di gemme. Vide donne clorotiche e uomini sfiniti; udì un discorrere frivolo di abiti e di carrozze; un tendere insidie all’onestà  delle spose, un intessere la vita triste della degenerazione della razza fatta di ricchezza e di lusso. E di dentro una folla adulatrice di servi. Ed Ella ebbe il cuore schiantato e disse: «Sia l’amore, la forza, la giovinezza!» e guardò nell’avvenire e vide la rinata giovinezza delle membra e vide la folla dei servi smettere il sorriso e parlare la prima volta col cuore e sentirsi fratelli; vide quella generazione decadente lanciarsi al lavoro e cercarvi la salute e la vita, tuffarsi nel libero lavoro dei campi, baciata dal sole ardente di luglio e rinnovellata dal polline  vivificatore dei campi. Era l’umanità  che si redimeva dalla degenerazione della razza: erano gli ultimi decadenti che svanivano ed Ella andò oltre riconsolata. E passò oltre la fata e vide gli agi e le ricchezze, vide gli studiosi con l’animo volto all’avvenire, vide le trepidanze del presente e passò ché la notte era alta. E dovunque passava infondeva coraggio; Ella aveva sentito i dolori del mondo e avea donato agli uomini la speranza, il coraggio, la forza della sua natura sovrumana. L’avvenire si designava da lungi, ma certo, ma distinto: non era più sogno, era il principio della realtà ; era il regno delle fate che cominciava e la fata morgana cantava non più mesta, ma diceva così: «Il mondo è bello e gli uomini si amano!».  Essi si sono intesi fratelli nella libertà  e nel lavoro. Sovr’essi regna la pace». E la notte cadeva, una notte trapunta di stelle, la più bella notte di un primo maggio.
 

DOTT: PASQUALE ROSSI

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§§ Una favola dell’intellettuale cosentino racconta la Festa dei Lavoratori

 

 Fonte della Notizia: Il Quotidiano della Calabria

 
    

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