400 partecipanti al convegno delle Caritas calabresi

Iniziativa a Falerna. La relazione di mons. Schinella

 

Dalla relazione di mons. Ignazio Schinella (Presidente della Fondazione Facite)

 

 

1. La rivoluzione e la trasformazione della coscienza.

«Il sangue di Cristo, mediatore della nuova alleanza – dice la lettera agli Ebrei – ha trasformato (purificato) la nostra coscienza dalle opere morte perché rendiamo un culto al Dio vivente» (Eb 9,14-15). La libertà che si impegna non è quella che si agita in ogni parte, ma è quella che si modula e si configura su quella di Cristo, nel lasciarsi lavorare dallo Spirito Santo per avere in sé gli stessi atteggiamenti che sono in Cristo Gesù e per fare della propria vita un dono personale, spirituale ed esistenziale. Una delle strutture portanti del cristianesimo, è l’uscita dall’anonimato e dall’impersonale, perché l’annuncio cristiano narra che la salvezza viene da una singolarità, il Cristo, e dai singoli uomini nati dalla Pasqua del Signore. Un “valore” della mafia, richiesto ai suoi membri, è l’obbedienza cieca al capo: quando viene richiesto di uccidere non ci si può tirare indietro, anche se si tratta di congiunti o di amici; non bisogna fare domande. Dalla parte di tutti noi, scende il silenzio in una specie di nebbia impersonale in cui ciascuno si maschera e si confonde nella scelta di non compromettersi e dell’omertà.

 

2. L’elogio in comune del quotidiano.

La fedeltà di Dio fino al versamento del sangue cerca la nostra fedeltà e si lega alla nostra vita quotidiana: tenendo fissi i nostri occhi sul sangue di Cristo ci convertiamo sempre più al suo amore (cf. 1Clem 7,4). L’esperienza della gente di New York, di Londra, di Madrid che all’indomani degli attentati non hanno cambiato nulla delle loro abitudini costituisce un monito salutare per noi. Fare fronte alla mafia come al terrorismo è continuare la vita come impegno e responsabilità quotidiani. Il venerdì santo è il giorno preparato da una sottomissione lunga di anni nel silenzio di Nazaret e lungo le strade pubbliche della Palestina, ben consapevoli, come Cristo, che la terra non è ancora il paradiso, il tempo non è ancora l’eternità e la propria libertà non ha ancora la capacità di plasmare secondo i propri desideri e le proprie idee tutti i progetti e tutte le situazioni, percorrendo insieme il cammino della speranza. Anche la quotidianità deve essere intesa in modo comunitario. Ciò significa che la Chiesa diviene credibile nella misura in cui crea e offre ai suoi membri spazi di partecipazione, di libertà, di comunione per offrire luoghi e modelli di vera crescita. Non lasciando soli e isolati i presbiteri e i cappellani delle carceri, i quali non sono eroi isolati, ma ministri di una comunità che vuole essere sanante e aspira alla fraternità. Combattendo al suo interno ogni forma di rivalità e di peccato che possa somigliare e improntarsi alla mentalità mafiosa. E questo permette alla comunità cristiana di narrarsi quotidianamente come sacrificio vivo; ovvero di presentarsi, nell’offerta delle persone alle prese con i rapporti quotidiani, nella vita rinnovata dallo Spirito Santo. E ciò che sbalordisce che l’anticonformismo dei credenti (non abbiate la forma del secolo ma quella di Cristo) si radica nell’esperienza della misericordia di Dio, ovvero nell’agire paradossale di Dio che rimanda i credenti nel mondo ad agire come Dio agisce continuamente con noi.

 

3. L’impegno dell’umiltà.

L’impegno della libertà può costruire società civili e giuste suppone la virtù dell’umiltà, della misericordia e del perdono: ovvero l’uscita da una logica sacrificale per la pedagogia di una logica di dono e di vita. Alla base dell’appartenenza e dell’attività mafiosa vi è infatti l’idea dell’«uomo di onore» che non considera la vita di tutti sullo stesso piano, capace di farsi rispettare, di incutere paura, di non piegarsi a nessuno, di non tollerare nessuna offesa, di sentirsi al di sopra di tutti. L’umiltà dona il giusto senso di sé e rapporta ciascuno agli altri e alla creazione con la volontà di generare una comunicazione umana, improntata sul rispetto e la stima dell’altro, guarendo da ogni falsa e onnipotente idea di se stessi. Si richiederebbe la reciprocità dell’umiltà, perché quando è unilaterale è pericolosa, come lo mostra la vita di Cristo. Il detto popolare lo esprime bene: cu pecora si fa lu lu lupu si lu mangia. Ne sono testimoni la Croce di Cristo e i sostenitori della nonviolenza. Cristo e Gandi ci hanno insegnato, però, che l’umiltà può convertire l’uomo e condurre all’indipendenza senza bagni di sangue.

 

4. Oltre il mistero, la misericordia.

Non c’è autentico impegno libero, senza la misericordia quale compagna dell’umiltà. La misericordia è il legame dell’uomo con la sofferenza, con le vittime della storia. Stare dalla parte delle vittime qualunque sia il loro volto, alleandosi con colui che è senza forma e forza umana, per liberarlo dai suoi limiti amandolo e condividendone la sorte. È la capacità di non lasciar soli coloro che hanno subito la violenza della mafia, senza dimenticare le famiglie dei mafiosi e gli stessi mafiosi in carcere sapendo scoprire e salvare il volto di uomo che segna ogni essere umano, per il quale Cristo è morto. Soprattutto non bisognerebbe mai organizzare i paesi, le scuole, le confraternite, le città, la vita parrocchiale escludendo o marginalizzando: perché là dove c’è l’esclusione e la ghettizzazione, vi è il montare della violenza.

 

5. Oltre la misericordia il perdono.

Il perdono non cancella il ricordo del male commesso. Esso rimane sempre male da condannare, ma il perdono ricorda, nella sua dinamica di dimenticanza, che il colpevole, nonostante il delitto di cui si è macchiato, rimane una coscienza capace di verità e una libertà che può aprirsi al bene. Esso è la purificazione della giustizia, di quanto di demoniaco possa recare in se stessa. Perciò è conversione e ristabilimen­to del corretto ordine di giustizia e della salvaguardia dei diritti e della dignità di ogni persona umana. Solo l’attitudine di perdono fa elevare l’uomo e i popoli al di sopra degli interessi indi­viduali e corporativi, per progettare una convivenza fraterna e pacifica fra gli uomini, in quanto il perdono assicura la cittadinanza a ogni minoranza e a ogni differenza culturale, anche ai vinti. Tommaso Campanella, presentando la vita e i costumi degli abitanti della “Città del Sole”, descriveva i solari come uomini che “perdonano volentieri ai nemici e dopo la vittoria li trattano bene e ri­tengono che la guerra debba essere fatta per migliorare gli uomini”. Bisogna lottare, ma senza odio. Infatti solo il perdono concede alla giustizia di perseguire un futuro sia per chi perdona, che per chi è perdonato.

 

6. Oltre il perdono, l’impegno della preghiera.

Ciò che colpisce nel racconto della morte di Gesù da parte di tutti gli evangelisti è che egli muore pregando. E l’Apocalisse presenta il Crocifisso/Risorto come «un Agnello, ritto in piedi come sgozzato» (Ap 5,10). L’immagine rievoca gli ammazzati di mafia, di chi è stato ucciso violentemente. Ed egli è lì non per condannare e accusare, ma per intercedere. Così le grida che i martiri e i profeti rivolgono a Dio perché li vendichi non sono che un’associazione a questa preghiera eterna di Cristo perché muoia la cattiveria dell’uomo, ma viva l’umanità di ognuno. La preghiera è il segno che il cuore dell’uomo offeso ha vinto veramente l’odio: nessuno infatti può odiare l’uomo per il quale s’inginocchia a pregare. La Chiesa rimane sempre madre anche per i suoi figli mafiosi per i quali prega e soffre e talvolta anche lancia l’anatema della scomunica per una pedagogia della paura per educare alla responsabilità e alla presa di coscienza della gravità delle proprie azioni e della serietà del Vangelo. Bisognerebbe, in tal senso, istituzionalizzare il giorno del perdono, in cui si fa memoria delle vittime che fanno la storia mentre si invoca il perdono e la conversione per gli uccisori. E perché non pensare che la Chiesa faccia dono ai detenuti del libro della vita, il Vangelo, l’unico libro che respira o componga per chi deve scontare la pena un itinerario per la sua personale redenzione o per una crescita in umanità?

 

7. Evangelizzare la mentalità sacrificale con la mentalità del dono.

Senza l’uso, almeno una volta, della violenza fisica, non si può appartenere alla mafia. Si tratta di sostituire al sacrificio il dono, al sacrificio la misericordia. «Misericordia voglio e non sacrificio». Ciò implica due problemi: il primo vuole che il male non può essere guarito se non con il bene. Ovvero le forze di guarigione dal male sono la fedeltà e la fiducia, la speranza e il perdono, la compassione e la misericordia, il coraggio e la condivisione, ovvero le virtù di un amore che mai si fa distruttivo. Ritorna quanto mai attuale l’invito di Benedetto XVI ad educare i bambini a non giocare con le armi. Il secondo richiede la giusta presentazione della croce di Croce, secondo quanto abbiamo assodato nel racconto biblico, che già trovava grande rimostranza sia nei discepoli che nelle folle. In una parola bisogna inculturare il territorio con i valori del Vangelo.

 

8. Dalla paura al timore di Dio: la sufficiente fiducia.

Gesù ci avverte che restiamo prigionieri della nostra paura perché manchiamo di fede. L’episodio della tempesta sedata e la scena della marcia di Gesù sulle acque, che richiamano il passaggio del Mar Rosso di Es 14 e quello del Giordano in Gs 3-4, e alludono alla risurrezione del Signore, è una certezza a guardare gli avvenimenti della vita radicati e fondati nell’esperienza di Dio come Signore della vita, soccorso decisivo contro la morte che muterebbe nella paura. La comunità credente viene così chiamata a “storicizzare” la risurrezione nella quotidianità di una pastorale integrata. Bisogna sviluppare la sufficiente fiducia in sé: si tratta di una fiducia né troppo grande – in tal caso ognuno sarebbe portato a pensare che può fare senza gli altri anzi contro gli altri – né troppo debole nel qual caso si lascerebbe dominare dalla paura. La speranza cristiana non conosce né la presunzione né la disperazione o il fatalismo. Perché essa è fondata sull’unica roccia che dà valore all’esistenza e traghetta la paura verso il timore di Dio. In un invito alla responsabilità verso Dio, gli altri, la creazione, frutto dell’autentico timore di Dio che deve evangelizzare la paura e l’angoscia che prende ciascuno di noi. Consapevoli che il perdono è invito a inaugurare una vita nuova, non a farsi complice del male altrui.

 

9. Una generazione narra all’altra la tua misericordia, Signore.

Ciò che manca alla nostra generazione è la capacità di entusiasmare i nostri figli e i nostri giovani del domani. Questo pregio e questa caratteristica cristiana non faceva difetto ai nostri genitori che pure uscivano dalle macerie della guerra e vivevano nell’epoca della guerra fredda e della minaccia dell’apocalisse nucleare. Non sono i giovani che hanno paura, ma gli adulti, la nostra generazione che è chiamata invece a guardare al domani con entusiasmo e con speranza inaudita. Il nostro sguardo sul mondo è corto, mentre la fede ci rende audaci. L‘insegnamento di una società si radica e costruisce sulla capacità di sapersi insegnare; una società che non si insegna, è una società che non si ama e non si stima più. Non aveva forse ragione Gesù quando gridava ai suoi discepoli e a noi: «Perché avete paura? È piccola la vostra fede?».

 

10. Il ruolo dei media.

Ciò che sembra interessare i media e di cui si fanno cassa di risonanza, è ciò che esce fuori della norma, l’elogio della devianza. Diceva un proverbio: «Un treno in ritardo è una notizia, 99 in orario, non ne fanno una». Lo spazio sui giornali quasi per l’80% è occupato dal disfunzionamento che accade durante il giorno, mentre tace di tutto quello che è fedeltà e positività. E purtroppo da queste immagini distorte che soprattutto il mondo giovanile si forgia la percezione del mondo. In tal senso, una moratoria sul male degli uomini e una vetrina del bene sarebbe quanto mai necessario. Come pure non si può né si deve criticare il funzionamento delle istituzioni se non nel rispetto. Non avere per nulla fiducia nelle istituzioni significa sommergere la società nella paura: l’atteggiamento di San Paolo, che pure viveva in una società che perseguitava i cristiani, rimane una lezione anche per noi.

 

Il dovere della fraternità.

Dopo l’omicidio di Abele, Dio rivolge a Caino la seguente domanda: «Dove è tuo fratello? Che ne hai fatto?» (Gen 4,10). È un invito a cogliere la vocazione dell’umano, quello di essere custode del fratello e della creazione, memori che Cristo col suo sangue è divenuto il primogenito di ogni creatura. La risposta insensata di Caino è il rifiuto di tale vocazione: «Sono forse il guardiano di mio fratello?». La stessa domanda rivolge a ciascuno di noi e alla comunità credente per ogni uomo, anche per il mafioso, perché in Cristo Gesù: «Non vi è più né greco né pagano né barbaro né sciita (lo sciita era il terrorista dell’epoca)». E la lettera agli Ebrei ci avverte che siamo diventati Fratelli di sangue, perché «abbiamo in comune la carne e il sangue» (Eb 2,14) di Cristo, cioè nella partecipazione all’Eucaristia diveniamo concorporei e consanguinei di ogni uomo dentro il giardino della creazione. Perché costruire una società capace di vincere la paura e l’angoscia della mafia, è costruire una società fraterna. La divisa della modernità rimane ancora Libertà, uguaglianza, fraternità. Se i primi due concetti sono dei diritti, il terzo descrive un dovere. E lo statuto della fraternità è differente da quello dell’amicizia, perché gli amici si scelgono, i fratelli no. Per questa anche la mafia è cosa nostra.

 

Fonte della Notizia: Editoriale Progetto 2000.

 

Nelle foto: alcuni momenti della iniziativa tenutasi a Falerna.

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