Å Gli Olocausti del Novecento

a cura di Francesca Gabriele

 

L’IDEA DI QUESTO lavoro, è nata, quasi per caso. Ha trovato il suo germoglio dopo una discussione a due sui crimini del nazismo. Ci siamo ad un certo punto chieste se fosse giusto sempre e solo parlare del progetto di eliminazione della razza ebrea. Così, ripercorrendo le tappe dei vari Olocausti del secolo scorso, è maturata l’idea di farne una vera e propria ricerca, certo parziale ma piena di interrogativi, ai quali, la storia ancora non ha dato tutte le risposte dovute.

 

Cinzia Gallo e Francesca Gabriele

 

 

I Gulag di Stalin, l’altra realtà celata, laddove si agitava al vento, la bandiera con la falce e il martello. Gli Olocausti del Novecento. Gli Armeni, gli Ebrei, i Kulaki, i fascisti e gli antifascisti. Il 27 gennaio è il giorno della Memoria, della Shoah, il giorno in cui con numerose iniziative, si vuole riportare, per non dimenticare, le testimonianze di coloro, che furono dapprima additati, quindi perseguitati e infine sterminati nei campi di concentramento allestiti dai nazisti. Protagonisti del disegno di Hitler furono gli ebrei, un popolo eternamente perseguitato, sin dal lontanissimo Medio Evo, quando assai diffuso era l’antigiudaismo o giudeofobia che dir si voglia. Il Novecento, è stato il secolo che ha segnato il genocidio di intere popolazioni. Come dimenticare lo sterminio degli Armeni, i campi di lavoro forzato in Unione Sovietica, le voragini, chiamate Foibe, nelle quali impietosamente furono gettati fascisti e antifascisti al termine della seconda guerra mondiale. Lasciando la vecchia Europa, con le sue contraddizioni, troviamo che anche gli Stati Uniti d’America, la prima indiscussa (?) democrazia mondiale, ha avuto il suo “american olocaust” che ha coinvolto gli indios prima e i neri dopo “black olocaust”. Per i primi, si è usata la tecnica dell’eliminazione, della decimazione, attuata non nelle camere a gas o mediante fucilazione, ma attraverso la distribuzione di coperte contagiate dal vaiolo; diversamente i secondi, sono stati angariati e usati come forza lavoro coatta, in perfetta sintonia con il procedimento bolscevita attuato con l’erezione dei gulag, simboleggiati dal campo di Kolyma.

 

Il 24 Aprile, il mondo ricorda il massacro degli Armeni. Il primo genocidio del Novecento. Il nome e cognome del carnefice è Talaat Pasha, sostenitore del sogno di grandezza turco-ottomano. Il suo ordine, fu: “Uccidete ogni donna, bambino e uomo armeno senza preoccuparvi di nulla”.

Non si può far finta di ignorare lo sterminio in massa del popolo Armeno che ancora oggi lo Stato Turco si ostina a negare e qualche storico si intestardisce a minimizzare. Per ordine dei Giovani Turchi, il movimento rivoluzionario insediatosi alla caduta del potere imperiale, furono deportati dall’Anatolia nel deserto della Siria e della Mesepotamia moltissimi Armeni, mentre altri trecentomila furono massacrati. Di quale colpa si macchiarono gli Armeni, se non quella, di abitare nei territori compresi tra la Turchia e Azerbaigian provincia appartenente alla Russia, terra di conquista dei Giovani Turchi? I loro villaggi, furono rasi spietatamente al suolo da banditi curdi, per lo più ex detenuti, arruolati dal Comitato di Unione e Progresso. “I curdi mussulmani si accanirono in modo particolare – racconta Alberto Rosselli in L’Olocausto Armeno – contro i sacerdoti ai quali vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi e tenaglie. Gevdet Bey, vali della città di Van e cognato del Ministro della Difesa Enver Pascià, fu visto dare ordine ai suoi uomini di inchiodare ferri di cavallo ai piedi delle vittime, costringendo poi quei disgraziati ad effettuare improbabili danze mortali. Il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, nel corso di una gigantesca retata, circa 500 esponenti del Movimento Armeno vennero incarcerati e poi strangolati con filo di ferro nel profondo di sordide segrete. Stando ad un rapporto ufficiale del console statunitense ad Ankara, nel luglio 1915, duemila soldati di etnia armena, reduci dalla campagna del Caucaso, vennero improvvisamente disarmati dai turchi e spediti in catene nella regione della città di Kharput con il pretesto di utilizzarli nella costruzione di una strada. Ma giunti in una vallata, i militari armeni vennero circondati da un battaglione della polizia turca e massacrati a colpi di moschetto. Tutti i cadaveri vennero poi scaraventati in una profonda grotta. Identico destino toccò ad altri 2.500 militari armeni, anch’essi condotti nei pressi di una cava di pietra, in località Diyarbakir, e lì trucidati da un grosso reparto misto formato da soldati e miliziani curdi. Sempre secondo i resoconti dei diplomatici statunitensi, i corpi delle vittime vennero seviziati, spogliati e lasciati a marcire nella cava. Nel giugno 1916, dopo avere eliminato circa 150.000 militari di origine armena, i turchi decisero di fare fuori anche un terzo degli operai armeni impiegati nella costruzione e manutenzione dell’importante linea ferroviaria Berlino-Costantinopoli-Baghdad. Ma a questo punto, gli alleati tedeschi e austriaci, che da tempo avevano palesato il loro disappunto per le orrende carneficine, denunciarono finalmente, e in maniera ufficiale, le atrocità turche. L’ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il conte von Wolff-Metternich, si precipitò alla Sublime Porta, accusando direttamente Taalat Pascià e il Ministro degli Esteri Halil Pascià “di inutili crudeltà e persino di atti di sabotaggio”. Tuttavia, le vibranti proteste dell’ambasciatore lasciarono impassibili i capi ottomani”.

 

Si calcola che tra il 1928 e il 1940, lo stato russo contasse ben centosessantadue lager. Nessuno, ha mai davvero conosciuto le vicissitudini dolorose vissute in questi luoghi della perdizione psicologica e fisica. Come restare indifferenti, alle parole pronunciate da un ex deportato David Roussett: “L’esistenza dei campi non è grave perché ci si soffre e muore; è grave perché vi si vive”. L’altro vergognoso Olocausto che la storiografia non ha mai dettagliatamente portato alla luce, neanche dopo l’apertura degli archivi sovietici, è identificabile nell’utopico “Paradiso Sovietico” e collocabile nel periodo che va dal 1917 al 1989. Ancora oggi, che l’ex stato comunista non è più – riprendendo le parole di Wustin Churchill – “quell’indovinello, contenuto in un mistero, all’interno di un enigma” non esiste un’approfondita analisi riguardo, a cosa realmente succedesse in quei campi di concentramento punitivi “dove sulle torrette – evidenzia Ferruccio Gattuso – sventolava la bandiera con la falce e il martello”. Esiste un tabù intorno al revisionismo olocaustico. Perché? Forse, una risposta la possiamo trovare nelle parole del tanto criticato storico Ernst Nolte, seguace dell’idealismo e degno discepolo di Martin Heidegger. “I crimini di Stalin, o, per meglio dire: l’annientamento di classe da parte dei bolscevichi, erano noti da tempo e sono stati descritti in una vasta bibliografia. La corrente concezione che definirei liberale di sinistra, tuttavia – evidenzia lo storico – non ha consentito che essi entrassero a far parte dell’interpretazione generale. Resta da vedere se qualcosa cambierà con la pubblicazione del Libro nero del comunismo, ma non sono convinto». I Gulag hanno ospitato negli anni cinquanta due milioni e seicentomila persone. Persone, alle quali è stata tolta la dignità, la libertà di pensiero e di espressione, tra questi i Kulaki, gli intellettuali non ortodossi ed intere classi sociali ostili al folle disegno di Stalin, persone utilizzate come manodopera per la costruzione delle varie opere disseminate nello Stato. “Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concetti da marziani, futili per giunta. Era molto più importante –dirà dopo la liberazioneVarlan Salamov, internato per diciassette anni – imparare a riabbottonarci i pantaloni in inverno, con il gelo: cosa tutt’ altro che facile, ho visto uomini adulti piangere per questo. Capivamo che la morte non era peggiore della vita e non temevamo né l’una né l’altra". Kolyma, il simbolo dell’oscuro passato comunista, dove, si sono registrati il più alto numero di decessi fra gli internati. Kolyma, posta nella parte più a nord della Russia, nella Siberia orientale, l’inferno entro il quale gettare anche le donne, un’inutile appendice in una società che volgeva sempre più lo sguardo all’anticapitalismo e a quella proprietà comune che avrebbe annientato in men che non si dica anche ogni brandello di dignità umana intrinseca, inalienabile e universale. Le nostre parole, sarebbero superflue, nel descrivere le condizioni di vita alle quali erano sottoposte le prigioniere. Non lo sono, però, quelle di Olga Adamova Sliozberg, che racconta la sua esperienza di schiava a Kolyma, dove la temperatura esterna sfiora anche i novanta gradi sotto zero°C. “Scavavamo canali nel terreno fangoso per il deflusso dell’acqua. A cinquanta gradi sotto zero lavoravamo duro di piccone, cercavamo di raggiungere la quota. Se durante la notte la neve copriva il canale ancora non finito, lo ripulivamo perché fosse quanto era stabilito. Probabilmente nessuno si sarebbe accorto se mancavano dieci o quindici centimetri, ma c’era il rischio che l’acqua non scolasse bene, che restasse nel terreno. Era un lavoro molto duro. La terra pareva cemento. Il fiato restava sospeso nell’aria. Le reni e la vita dolevano per lo sforzo. Ma noi lavoravamo con coscienza. In primavera, quando la terra si sgelava, mandavano i trattori con le macchine per scavare i canali, che in un’ora facevano quello per cui a noi, al nostro gruppo di sei persone, occorrevano due mesi. E quando chiesi perché non usassero lo stesso sistema per tutti i canali, mi sentii rispondere dal caporeparto:
– E voi allora che fate? Volete starvene sdraiate a poltrire? No bellina, ti hanno portato nel lager perché tu lavori. Sentivo una insopportabile vergogna per quelle assurdità. Ci imponevano un lavoro insensato, e noi ci mettevamo tutte le nostre energie. Eravamo degli schiavi. Giurai di non mettere più l’anima nel lavoro e di ingannare la direzione in tutti i modi possibili. Non mi riuscì, non potevo cambiare la mia natura e lavorare imbrogliando, di certo però il mio entusiasmo andò scemando. E tuttavia il lavoro ci ha salvato. Quelli che non lavoravano morivano di fame o di disturbi psichici causati dalla mancanza di distrazioni, giacché il lavoro impegnava tutte le forze, sia psichiche che fisiche. Talvolta morivano anche quelli che lavoravano, ma erano casi più rari, almeno tra le donne. Per gli uomini invece bastavano due stagioni da addetti al lavaggio dell’oro per farli ammalare. Loro naturalmente non potevano amare il lavoro che li uccideva e parlavano delle miniere con orrore”.

 

 

Il nostro augurio è che la storia, possa completarsi anche attraverso il racconto di queste vicende, affinché i nostri figli, possano seguire un percorso di formazione intellettuale che non sia orfano della conoscenza di autori come AleksandrSolzenicyn e Varlam Shalamov. Solo attraverso lo studio storicamente onesto dei crimini che l’uomo ha prodotto, possiamo far si che la coscienza di ciascuno di noi, aborrisca l’idea di un’altra soluzione finale, possiamo definitivamente allontanare lo spettro di un ritorno dei Gulag, in altre forme e con altri metodi. Solo ripercorrendo le vicende dei vinti e dei vincitori, solo rivisitando il passato con le sue grandezze e le sue debolezze, possiamo aprire il varco necessario per sconfiggere quel sistema negazionista che tutto sommato continua a far paura.

 

 

Francesca Gabriele

 

 

Nella foto: il campo di concentramento di Auschwitz.

 

 

 Fonte della Notizia

 

 

 

Nel prossimo numero “Dagli ebrei alle foibe, le ultime follie del secolo scorso” a cura di Cinzia Gallo.

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