… Dagli ebrei alle foibe, le ultime follie del secolo scorso

a cura di Cinzia Gallo

 

E’ ORMAI universalmente acquisito che lo sterminio degli Ebrei operato dai nazisti nella seconda guerra mondiale – noto in genere con il nome ebraico di Shoah, letteralmente "distruzione" – rappresenta un episodio assolutamente unico. Un punto di non ritorno della nostra civiltà. Da questa premessa è scaturito nel corso del tempo l’obbligo di scegliere un giorno del calendario in cui ricordare, partendo da quello degli Ebrei d’Europa, ogni tipo di sterminio: non importa se di matrice "razziale", sessuale, religiosa, etnica o altra. Un obbligo innanzitutto di natura morale e civile, dunque. Che però da qualche anno ha assunto in Italia anche un carattere istituzionale. Una legge precisa, la 211/2000, ha scelto, infatti, la data simbolica del 27 gennaio – quando appunto nel 1945 vennero abbattuti i cancelli del famigerato campo di concentramento di Auschwitz per istituire un "Giorno della Memoria". Un giorno, preciso, unico e solo, in cui sei milioni di persone hanno la possibilità di rivivere. Almeno nella nostra mente. Sotto questo profilo il dettato della legge è chiaro. Testualmente, si dovranno organizzare "cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti" al fine di "conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere" (art. 2). L’istituzione di un giorno della Memoria, mette in rilievo l’importanza della stessa non solo nell’attività di ricerca ma anche nel campo, primario, dell’educazione e della formazione delle nuove generazioni. Ad un Paese come il nostro, spesso "difficile" proprio sotto il profilo della coesione sociale e civile, questo giorno dovrà servire per rappresentare valori capaci di incidere in positivo e in profondità nel cuore e nella mente di tutti. Adulti e non. Ma ricordiamo solo per qualche riga, un’altra delle atrocità compiute, l’occultamento dei cadaveri durante e alla fine della seconda guerra mondiale. Sto parlando dell’uso delle foibe che avvenne in due periodi. Il primo, successivo all’8 settembre 1943, cioè all’Armistizio tra Italia e Alleati, si svolse in Istria e Dalmazia e uccise alcune centinaia d’italiani. Il secondo, successivo alla fine della guerra, si svolse principalmente a Trieste tra l’1 maggio e il 12 giugno 1945 e a Gorizia nello stesso periodo, con l’uccisione di diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe. La foiba più conosciuta, anche se originariamente era un pozzo minerario, è stata dichiarata nel 1992 monumento nazionale ed è quella di Basovizza (a pochi chilometri da Trieste, una delle poche foibe restate in territorio italiano). Questi baratri venivano usati, si, per l’occultamento di cadaveri, ma anche per dominare, terrorizzare ed eliminare i cittadini italiani che si opponevano alle politiche del maresciallo Tito. Inoltre le foibe vennero usate anche per "seppellire" i cadaveri degli scontri fra i combattenti e talvolta anche dei morti nei bombardamenti. Il tema delle foibe, purtroppo, non è solo un tema storico, ma anche politico. Da sempre il numero dei morti infoibati è oggetto di dibattiti talvolta accesi da parte di uomini politici di entrambe le parti che, forse con poco rispetto dei morti e delle sofferenze, cercano il consenso aderendo alla versione dei fatti più favorevole alla propria causa. La vicenda delle foibe nel dopoguerra è stata a lungo trascurata, da una parte c’era l’interesse a mantenere buoni rapporti con la Jugoslavia, invece altre posizioni politiche hanno provveduto a sostenere le ragioni delle vittime, sia pure a volte in modo spregiudicato, esagerando il numero delle vittime a scopo propagandistico oltre che denunciando le stragi come pulizia etnica o genocidio di cittadini, bambini compresi, che avevano la sola colpa di essere Italiani. Nel 2000 fu trasmesso dalla televisione di Stato il film televisivo “il cuore nel pozzo” prodotto dalla RAI ispirato alle stragi delle foibe. Numerosissime furono purtroppo le inesattezze storiche contenute nella trama. Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani. La data del 10 febbraio 1947 ricorda il Trattato di Parigi che assegnò alla Jugoslavia il territorio occupato nel corso della guerra dall’armata di Tito. Scrivere ciò, ha suscitato in me tanta indignazione, mi chiedo, esiste una spiegazione plausibile per “giustificare” i tremendi orrori compiuti? Forse si, perché non c’è spiegazione logica a ciò che è accaduto, l’unica cosa alla quale, pigliarci è qualcosa di puramente psicologico, perché l’“unico” posto che non si finirà mai di conoscere è proprio la mente umana, un baratro profondissimo dal quale difficilmente si ritorna in su, un circolo vizioso che può generare qualsiasi cosa e mandare input al fisico per accettare e successivamente eseguire. Detto così sembra tanto e nulla allo stesso tempo, ma è come se dovessimo prima di tutto temere noi stessi. La nostra mente, è come un grande cappello magico dal quale possono fuoriuscire bellezze e atrocità. La fregatura, sta nell’effetto sorpresa, non si sa mai in anticipo cosa accadrà, perché se si sapesse si potrebbero evitare innumerevoli manifestazioni. Come testimonianza di quello che accadde ad Auschwitz, ricordiamo il primo libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Le pagine "trasudano" di sofferenza, una sofferenza vissuta con la massima dignità che un "uomo" riesce a mantenere nelle condizioni nelle quali è costretto a vivere all’interno di un campo di concentramento. La lettura del libro è un’esperienza intensa e dolorosa anche per il lettore che rivive insieme all’autore tutta la sofferenza di quei giorni. La morte è sempre presente, viene però vissuta come un evento inevitabile della quotidianità. Tra le righe, troviamo anche momenti di speranza che ricordano ai protagonisti che forse non tutto è perduto e che comunque, come dice l’autore, “sia la felicità che l’infelicità non sono perfette e nelle imperfezioni di queste sono nascosti dramma e speranza”.

 

Cinzia Gallo

 

 

Nella foto: una toccante immagine di vittime delle Foibe (dalla Rete).

 

 

 Fonte della Notizia

Commenti
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com