Breve ricordo del massacro delle ”Fosse Ardeatine”

Bendicenti e i roglianesi della ‘Banda del Trionfale’

 

“Le Fosse Ardeatine sono uno dei simboli più carichi di dolore, di memoria e di lezione storica".

 

Giorgio Napolitano (Presidente della Repubblica Italiana) – Roma, 25 marzo 2007.

 

 

** L’eccidio delle Fosse Ardeatine è il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili italiani, come atto di rappresaglia per un attentato avvenuto il giorno prima in via Rasella. Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, è diventato l’evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell’occupazione. Le "Fosse Ardeatine" – antiche cave di pozzolana site nei pressi della via Ardeatina, scelte quali luogo dell’esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, sono diventate un monumento a ricordo dei fatti e sono oggi visitabili.

 

** foto e testo da Wikipedia

 

24 marzo 1944 – 24 marzo 2007

63° anniversario

dell’eccidio

delle Fosse Ardeatine

ricordiamo

il martirio del roglianese

Donato Bendicenti

 

Donato Bendicenti e i roglianesi della "Banda del Trionfale" (*)

 

 

SE DELLA TRADIZIONE socialista roglianese, nel cui ambito sono state individuate genesi e ragioni dell’antifascismo locale, Gennaro Sarcone, Lorenzo Lupia e pochi altri ne costituirono l’elemento operaio, Donato Bendicenti, una delle figure più fulgide della Resistenza romana, martire alle Fosse Ardeatine, ne rappresentò quello intellettuale . Nato a Rogliano il 18 ottobre 1904, Donato Bendicenti, era figlio di Giacinto, dell’unico esponente della loggia massonica Telesio di Rogliano a non aver aderito al fascismo, nella cui farmacia spesso, durante il regime, sotto forma di chiacchierata amichevole ed occasionale, si concentrava il mugugno degli intellettuali e dei "benpensanti" del paese. Sin da giovane, con la premurosa guida paterna, Natino maturò idee di libertà e di democrazia che neppure l’università fascistizzata potè infirmare. Laureatosi in giurisprudenza a Roma, rimase nella capitale (dove 1’8 gennaio 1936 sposò Elisa Tedeschi) per esercitarvi la professione di avvocato, ma non abbandonò il suo paese, dove solitamente ritornava per le ferie estive e dove clandestinamente incontrava gli antifascisti, mettendoli al corrente della situazione politica romana. Sempre a Roma, aderì al Partito comunista di cui divenne qualificato e stimatissimo dirigente clandestino, tanto che la Direzione nazionale dello stesso partito si riuniva spesso nella sua casa di via dei Gracchi. Subito dopo 1’8 settembre 1943 Donato Bendicenti partecipò attivamente alla Resistenza romana facendo parte della Banda del Trionfale, comandata da un suo compaesano, il colonnello Stanislao Vetere, e nella quale combatterono alcuni altri roglianesi. Arrestato dalla Banda Caruso il 3 marzo 1944 nella sua abitazione, dove fino a pochi minuti prima si era svolta una riunione della Direzione del Partito comunista, fu lungamente interrogato, seviziato, ma nulla rivelò. Prelevato dal carcere di Regina Coeli, fu trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 persone come rappresaglia per l’attentato di via Rasella. L’on. Giorgio Amendola, dirigente nazionale del Partito Comunista Italiano prima e dopo la Liberazione, nel suo volume Lettere a Milano, così ricorda l’antifascista di Rogliano e le ore precedenti l’arresto: «E poi il compagno Bendicenti, fucilato alle Fosse Ardeatine anche lui. La sua abitazione, in via dei Gracchi, era stata scelta, nella nuova riorganizzazione del lavoro del centro, come sede di incontri per la direzione. Bendicenti aveva ricevuto l’ordine di spezzare i contatti con i membri del comitato di agitazione antifascista organizzato tra gli avvocati di Roma, a palazzo di giustizia. Così ci trovammo, il giorno 3 marzo 1944, nella sua abitazione, Scoccimarro, Pellegrini ed io. Dovevano venire anche Novella e Negarville, che non arrivarono per un disguido della convocazione. Trascorso un breve periodo, proposi di uscire, desideroso anche di troncare una ennesima relazione che Scoccimarro si attardava a fare, con la sua consueta pignoleria, sull’andamento di una riunione del CLN. Un pò bruscamente interruppi Scocci e lo persuasi ad uscire. Dieci minuti dopo tornò a casa Bendicenti. Egli si era incontrato a Palazzo di giustizia, malgrado le direttive di cautela che gli avevamo dato, con altri avvocati, e specialmente con un membro del P. d’A., che era sotto stretta sorveglianza, Così, poco dopo, seguendo Bendicenti, arrivarono le SS e lo arrestarono; lo portarono a via Tasso, dove lo torturarono e da dove fu tratto poi per essere fucilato alle Fosse Ardeatine. Se avessimo tenuto la riunione regolare, questa si sarebbe prolungata e le SS ci avrebbero preso tutti. Non ho saputo poi dimostrare alla vedova e ai figli quante volte io abbia ricordato il compagno Bendicenti ed il suo sacrificio, e mi sia domandato, quasi con un senso di rimorso, le ragioni della diversità dei nostri destini». Il martirio di Natino suscitò grande dolore e profondo turbamento non solo negli ambienti politici romani, ma anche nel suo paese d’origine, dove egli, stimatissimo, simboleggiava il riscatto sociale. morale e culturale di una terra tanto generosa quanto abbandonata. Con l’ assassinio di Bendicenti, la Resistenza romana perdeva uno dei rappresentanti più qualificati e tenaci; il Partito comunista un sicuro e valido dirigente; Rogliano uno dei suoi figli migliori, l’esponente più genuino delle sue notevoli tradizioni politico-culturali . La passione politica di questo figlio del Sud, eroe della Resistenza italiana, quale sublime sintesi di fede nel suo Partito, «di virtù civica, di patriottismo, di dirittura morale» traspare forte e profonda nel ricordo di A. Troisio, tracciato dopo alcune settimane dall’eccidio delle Fosse Ardeatine: «Donato Bendicenti. Aveva compreso che per servire l’Italia bisognava lottare a fianco del suo Partito. E nella sua grande modestia serviva l’Italia e il Partito con tutta la dedizione di cui era capace il suo cuore puro. La sua casa era per i compagni un rifugio, un luogo di riunione e di discussione, un centro di lavoro perchè era radicata nell’ animo suo la convinzione che soltanto la lotta potesse salvarci, che la via del combattimento era l’unica aperta dinanzi a tutti. Così, semplicemente, aveva messo in gioco tutto: la famiglia, con tutte le sue gioie, i suoi studi e la sua carriera. È caduto – quest’uomo pieno di vita, di bontà, di doti umane – senza piegare mai la fronte. E’ stato fucilato dai tedeschi terroristicamente, senza processo, solo perchè era un uomo che amava il suo Paese. Si è donato alla sua fede, alla sua patria. Veniva dalla grande scuola dell’onestà, vissuta ora per ora, dell’amore, del coraggio morale. Nessun delitto macchiava la sua coscienza. Chi lo uccise sembrò voler spegnere in lui la fiamma più pura dello spirito. Ma non fu questo il risultato. Morendo, Donato Bendicenti ci ha trasmesso un immenso retaggio di virtù civica, di patriottismo, di dirittura morale. I suoi trentasette anni di incorrompibile superiore onestà, di amore per la famiglia, di coraggio civile restano un esempio a tutte le generazioni, a tutti coloro che lo hanno conosciuto». Alla notizia dell’ avvenuta esecuzione, da parte dei nazisti, del giovane avvocato, l’intera popolazione del suo paese natio rimase sgomenta; un insieme d’incredulità, di dolore e di rabbia avvolse tutto il paese ed in particolare i giovani che lo avevano conosciuto e scelto quale punto di riferimento politico ed intellettuale. Fu uno dei giorni più tristi della piccola comunità cosentina, il giorno che segnò per i roglianesi il punto più buio del tunnel in cui il fascismo aveva portato l’intera nazione, ma nello stesso tempo quello dell’ inizio del ritorno verso la luce. Vecchi e nuovi antifascisti intensificarono il loro impegno per la libertà e la democrazia; molti giovani, anche alcuni di quelli che avevano aderito al locale Nucleo Universitari Fascisti, ruppero gli indugi e si avvicinarono alle organizzazioni politiche in via di formazione. Il sacrificio di Donato Bendicenti non fu il solo contributo che Rogliano diede alla Resistenza e alla guerra di Liberazione. Come già accennato, altri roglianesi facevano parte della Banda del Trionfale; ne bisogna dimenticare quegli altri che, trovandosi al momento dell’armistizio inquadrati nell’esercito italiano dislocato in diversi paesi europei, diedero un importante contributo alla causa di liberazione del popolo italiano e degli altri popoli europei dalla barbarie nazifascista. La formazione partigiana che si costituì nella Capitale assumendo il nome di Banda del Trionfale, perchè composta di abitanti di quel quartiere, era comandata da un roglianese, il colonnello Stanislao Gregorio Maria Vetere, e ne facevano parte anche i figli Walkiria e Walter, nonchè Carmelina Rota, che da Rogliano aveva seguito a Roma la famiglia Vetere. Il colonnello Stanislao Vetere, nato a Rogliano il 21 ottobre 1891, fu partigiano dal 31 dicembre 1943 al 4 giugno 1944, giorno in cui gli Alleati entrarono a Roma, e fu decorato di medaglia di bronzo con la seguente motivazione: «Comandante di una banda di patrioti operante nel fronte della resistenza sorta contro l’oppressore tedesco, faceva rifulgere le sue doti di organizzatore e di spirito combattivo. Per lunghi mesi con l’esempio e con l’azione, trasfondeva nei propri uomini la sua fede e il suo coraggio, portando a termine brillantemente tutte le missioni operative e di sabotaggio affidategli. Sospettato e ricercato dalla polizia nazi-fascista, sprezzante dei rischi cui si esponeva, continuava imperterrito la sua pericolosa attività, animato, in ogni circostanza, solo da elevato amor di Patria e profondo attaccamento alla causa nazionale». La figlia Walkiria fece parte attiva della Resistenza romana sin dal 9 settembre 1943. La giovane professoressa fu «patriota entusiasta, animata da fede irresistibile e generoso slancio». Incurante dei rischi cui continuamente si esponeva, portava a termine, coraggiosamente, le pericolose missioni affidatele, distinguendosi per attività e alto rendimento». Per questo fu decorata di croce di guerra. Anche Walter, nato a Rogliano nel 1921 e partigiano dal 31 ottobre al 4 giugno 1944, fu decorato di croce di guerra. In un recente articolo così Walkiria Vetere ricorda l’impegno della sua famiglia nella Resistenza romana: «…Walter fu molto attivo nell’organizzazione dell’ antifascismo a Roma; io cercavo di aiutare lui e gli altri partigiani in varie attività. Si operava su diversi settori: si mantenevano rapporti con il Sud, cercando il coordinamento con gli Alleati, tra reciproche diffidenze ed ostacoli; si tentava la ricostruzione di un esercito italiano di liberazione, dopo lo sfascio conseguente all’armistizio dell’8 settembre; si difendevano, proteggevano, nascondevano altri partigiani, o austriaci ricercati dalla Gestapo. Missive in codice venivano consegnate e ricevute per consentire la comunicazione e l’organizzazione. Questo compito era quasi riservato a noi donne, perchè passavamo più inosservate. Ciò, va ricordato, veniva fatto mentre Roma era tappezzata da manifesti firmati da Kappler che minacciavano di morte chiunque fosse stato trovato con documenti sospetti o che offrisse ospitalità ad antifascisti, austriaci disertori o paracadutisti inglesi. In un appartamento di Viale Angelico nascondevamo queste persone, alternandoci di giorno e di notte per fare la guardia e per provvedere al loro vitto. [ …] La delazione di un inquilino del palazzo di Viale Angelico, che ci denunciò ai tedeschi, ci costrinse ad abbandonare la casa. Walter se ne accorse, quando stava per iniziare il suo turno di guardia; vide da lontano le S.S. piazzate davanti al portone, il nascondiglio era stato scoperto. Capì che cosa era accaduto: Marcello Berardi, nostro compagno di lotta, era stato arrestato e condotto nel bunker di via Tasso. Fu torturato affinché rivelasse il nostro nome, soprattutto quello di Walter. Non lo fece. […] Walter comunque corse a casa e ci fece lasciare subito il nostro appartamento. La nostra famiglia si dovette separare: ci rifugiammo presso amici che non esitarono a rischiare la vita per proteggerci. [ …] Quei mesi furono duri, mio padre e Walter non dormivano mai due giorni di seguito sotto lo stesso tetto; mesi di fatica e paura, ma anche di ricerca di una quotidianità spezzata dalla guerra». La vicenda di Carmelina Rota fu particolarmente drammatica. Recatasi nella Capitale presso la famiglia Vetere, entrò a far parte della Resistenza romana svolgendo spesso il compito di "messaggera" fra i membri della Banda del Trionfale. Scoperta nel delicatissimo suo compito, fu arrestata e tradotta in via Tasso, dove fu torturata e seviziata, ma non tradì i suoi compagni e i suoi compaesani. Anche lei fu decorata di croce di guerra.

 

(*) L. Falbo, Fascismo e Antifascismo in Calabria – Il Caso di Rogliano , Cosenza 1995, pp. 147 – 152 .

 

 

Una giovane Antifascista calabrese a Roma durante il regime e nella Resistenza

di Walkiria Vetere (*)

 

«…Per i ventenni del 1940, come la scrivente, diventare antifascista non era ovvio ne banale, avendo assorbito sin dall’infanzia la retorica e l’inquadramento del regime. Per mia fortuna mio padre, ufficiale di cavalleria, non aveva mai sopportato che una milizia fascista affiancasse l’esercito italiano, che lui considerava unico depositario della tutela della patria. Nè amava del regime l’arroganza gradassa, l’esibizionismo volgare, le "pagliacciate di Mussolini", così le chiamava. Dunque impedì a noi figli di partecipare a qualsiasi manifestazione del regime e di indossare le divise. Non voglio gente mascherata in casa, diceva. I miei insegnanti erano piuttosto aperti e non mostravano alcuna disposizione all’inquadramento. Ci lasciavano vivere in pace. Tra i giovani, laddove la situazione culturale e sociale lo consentiva, cominciava ad emergere un certo dissenso. Un’insofferenza al sistema totalitario. Una ormai matura consapevolezza che il regime significava violenza, malgoverno, corruzione. Ciò naturalmente fu una presa di coscienza graduale e se all’inizio solo pochi si ribellarono per paura di rappresaglie o di perdere il posto di lavoro, ai primi cedimenti del regime molte persone compresero che lottando insieme si poteva vincere il giogo della dittatura. Come ho detto, l’atmosfera che respiravo nella mia casa non consentì all’indottrinamento fascista di penetrare; anche mio suocero, socialista che rifiutò sempre la tessera fascista, e mio marito, compagno dei Gullo e dei Mancini, contribuirono a rafforzare le mie convinzioni. Poi venne la guerra. Quella grande tragedia causata proprio dalla diabolica ferocia di Hitler, che di Mussolini si considerava emulo e figlio politico. E Mussolini acconsentì a gettare gli italiani ed il loro esercito in una catastrofe che solo la Resistenza è riuscita a sanare. "È una follia, quell’uomo è pazzo", disse mio padre quando Mussolini annunziò l’entrata in guerra dell’Italia dal balcone di Piazza Venezia. E la gente acclamava entusiasta. …».

 

(*) W. Vetere, in "Bollettino dell’ICSAIC", Cosenza 1994, nn.1-2, p. 31

 

 

DONATO BENDICENTI. Nato il 18 ottobre 1907 a Rogliano e residente a Roma. Avvocato. Partigiano dal 9 settembre 1943 al 24 marzo 1944 – Roma. Membro del Comitato forense d’agitazione e partigiano della Banda del Trionfale. Arrestato il 3 marzo dalla Banda Caruso e seviziato. Fucilato alle Fosse Ardeatine. Decorato di medaglia d’argento con la seguente motivazione: «Subito dopo l’armistizio, con fedeltà e con decisione, si prodigava nella lotta di liberazione distinguendosi come protagonista attivo ed ardimentoso. Caduto in mani nemiche e lungamente interrogato, nulla rivelava. Sacrificato alla rappresaglia tedesca, cadeva per gli ideali di libertà di Patria che aveva sempre nobilmente servito». Roma, 24 marzo 1944.

 

STANISLAO VETERE. Nato il 21 ottobre 1891 a Rogliano. Colonnello, partigiano dal 31 dicembre 1943 al 4 giugno 1944 – Roma. Decorato di medaglia di bronzo con la seguente motivazione: «Comandante di una banda di patrioti operante nel fronte della resistenza sorta contro l’ oppressore tedesco, faceva rifulgere le sue doti di organizzatore e di spirito combattivo. Per lunghi mesi coll’esempio e coll’azione, trasfondeva nei propri uomini la propria fede e il suo coraggio, portando a termine brillantemente tutte le missioni operative e di sabotaggio affidategli. Sospettato e ricercato dalla polizia nazi-fascista, sprezzante dei rischi cui si esponeva, continuava imperterrito la sua pericolosa attività, animato, in ogni circostanza, solo da elevato amor di Patria e profondo attaccamento alla causa nazionale».. Roma, settembre 1943 giugno 1944.

 

STANISLAO WALTER VETERE. Nato nel 1920 a Rogliano. Tenente s.p.e. Partigiano dal 31 ottobre 1943 al 4 giugno 1944 – Roma. Decorato di croce di guerra con la seguente motivazione: «Appartenente ad una banda armata di patrioti operante nel fronte della resistenza durante l’ occupazione nazi-fascista, si distingueva per attività coraggio ed alto rendimento, portando a termine, brillantemente, incurante dei rischi cui si esponeva tutte le missioni operative affidategli. Nei lunghi e duri mesi dell’accanita e dura lotta contro l ‘oppressore, faceva rifulgere sempre le sue doti di attaccamento alla Patria, resistenza ai disagi e spirito combattivo". Roma, ottobre 1943 giugno 1944.

 

WALKIRIA VETERE. Natal’11/10/1919 a Bari e residente a Cosenza. Professoressa. Partigiana dal 9 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Banda Trionfale – Roma. Decorata di croce di guerra con la seguente motivazione: «Patriota entusiasta, animata da fede irresistibile e generoso slancio, collaborava con tutta la sua passione all’attività del fronte della resistenza. Incurante dei rischi cui continuamente si esponeva, portava a termine, coraggiosamente, le pericolose missioni affidategli, distinguendosi per attività ed alto rendimento». Roma, settembre 1943, giugno 1944.

 

Sangineto, I Calabresi nella guerra di Liberazione. I° – I Partigiani della provincia di Cosenza, Cosenza 1992, pp. 80, 190, 191.

 

 

 

 

Nelle foto: Donato Bendicenti, Stanislao, Stanislao Walter e Walkiria Vetere.

 

 

– I.c.s.a.ic. (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea).

 

– Centro di Promozione Culturale ‘Mons. Umberto Altomare’.

 

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