“Legalità  e Calabria”: intervista al Giudice Greco

di Pasquale Taverna *

 

 

In occasione dell’ interessante dibattito sul tema “Legalità e Calabria”, organizzato nei giorni scorsi a Scigliano dal Circolo “F. Fortugno” della Margherita, abbiamo rivolto alcune domande al Giudice Giuseppe Greco, secondo il quale stiamo assistendo ad una profonda crisi dei valori e delle regole e alla commistione inaccettabile tra politica e affari.

 


I fatti di cronaca e le indagini della magistratura dimostrano ogni giorno che in Calabria la legalità è sempre più in crisi, perché?

La società italiana, e il Mezzogiorno in particolare, attraversa una fase di drammatica transizione. Assistiamo ad una “crisi” progressiva dei valori e delle regole del costume in tutti settori della comunità (economia, politica, istituzioni). E’ una sfida terribile per la nostra giovane democrazia che mette a rischio le libertà di tutti noi.

 

Come colpire i legami tra mafia e politica?

I perversi legami tra mafia e politica si recidono riportando la politica nel suo alveo naturale che è quello di indicare i fini generali ai quali deve essere orientata l’attività delle istituzionali pubbliche. La politica non deve avere a che fare con la gestione pratica, concreta, deve limitarsi ad indicare i fini e gli obiettivi generali e non deve entrare nella gestione amministrativa. Ci deve essere una netta distinzione tra politica, attività di programmazione e attività di gestione. Questo principio, peraltro, è consacrato nel modello organizzativo della pubblica amministrazione già dalle leggi Bassanini in poi. Tuttavia, questo principio viene in concreto disapplicato. Quindi, il vero cancro per le istituzioni democratiche è costituito dal connubio improprio, dalla commistione perversa e inaccettabile tra politica e affari. La politica deve stare lontana dagli affari; dico di più, chi fa politica non deve assolutamente avere a che fare con il mondo degli affari e con l’attività amministrativa concreta, non deve “sporcarsi le mani”.

 

Come si può sconfiggere la ‘ndrangheta?

La ‘ndrangheta si sconfigge senza strumenti eccezionali e senza usare forme di contrasto diverse da quelle ordinarie. La ‘ndrangheta si sconfigge come tutti i fenomeni criminali, con la cultura con l’educazione alla legalità, con il rispetto delle regole e, soprattutto, si sconfigge con l’attività che si fa giorno per giorno, facendo il proprio dovere, ciascuno nel proprio campo. Non c’è bisogno di eserciti, di scorte, di strumenti straordinari. In alcuni casi si deve ricorrere alla scorta perché è necessario; ma non è quello il problema. La soluzione è a portata di mano: sta nel fare con serietà il proprio dovere.

 

Di chi è la colpa se ciò non si verifica?

Ciò non si verifica, perché, come dicevo, attraversiamo una fase di crisi dell’autorità. Se dovessi usare una formula riassuntiva direi che non c’è una “crisi della legalità”; la legge è sempre stata violata. Il problema, è che oggi mancano o sono fortemente indeboliti gli strumenti di controllo della legalità. Vi è una crisi verticale, grave, profonda, di tutte le autorità preposte alla tutela della legalità e in questa crisi prosperano fenomeni quali la criminalità organizzata e la ‘ndrangheta in particolare. Pertanto bisogna ripristinare, non con un atto di volontà, ma ripristinare con fatti concreti, la crescita della cultura, della civiltà, delle conoscenze e la consapevolezza che la ‘ndrangheta è qualcosa che colpisce tutti noi indiscriminatamente e pregiudica il benessere collettivo. Quando si diffonderà pienamente questa consapevolezza la società meridionale avrà compiuto un grande passo in avanti nel contrasto alla malavita organizzata.

 

I politici calabresi, possono essere di esempio per un cambiamento reale del paese?
Sarebbe auspicabile ma attualmente, come è evidente a tutti, la politica calabrese è in grave crisi così come lo sono tutte le istituzioni, ivi compresa la stessa magistratura, la quale mostra una sensibile perdita di autorevolezza. A livello politico le difficoltà, le contraddizioni emergono in maniera più evidente. Questo lo dicono non solo gli avvisi di garanzia, non solo le indagini che riguardano molti uomini politici, lo si vede nella crisi di legittimazione della politica. Le istituzioni politiche rappresentative non godono di credibilità perché rispecchiano da un lato la crisi e il malessere sociale e dall’altra parte non esprimono nessuna tensione verso quel cambiamento di cui la società avverte l’impellente necessità.

 

I processi durano molti anni

Lo strumento fondamentale per la deterrenza non è avere pene “edittali” elevatissime se poi queste pene non vengono applicate. Ciò che esercita la maggiore deterrenza rispetto alla devianza e alla violazione della legge, è la “certezza della pena”. In tanto risulta efficace la prevenzione connessa alla applicazione della pena in quanto la pena è una conseguenza altamente probabile della consumazione di un reato. Oggi la certezza della pena, è arrivata a livelli bassissimi; dunque non funziona, non è efficace la deterrenza della norma penale. E’ noto, che i reati vengono perseguiti in una percentuale infinitesimale rispetto a quelli che si compiono.

 

Secondo le i la ex Cirielli deve essere riveduta?

La “ex Cirielli” è una legge assolutamente incompatibile con l’attuale sistema processuale: perché da un lato si è reso più macchino e farraginoso l’iter processuale, dall’altro lato si sono ridotti i tempi del processo; e tutto ciò rende pressoché impossibile arrivare ad un accertamento della verità processuale. Teniamo conto, che non è importante solo arrivare all’applicazione della pena. E’ ancor più importante giungere all’accertamento della verità.

 

La separazione delle carriere.

Mi fermerei alla vignetta di Altan, in cui si vede il personaggio “Banana” che dice: “dobbiamo separare la carriera dei giudici da quella degli inquisiti”.

 

La sua ricetta per una giustizia migliore o per la Calabria.

Io faccio il Giudice e non ho ricette o consigli da dare a nessuno.

 

 

 

* Corrispondente de Il Quotidiano della Calabria

 

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