Valle del Savuto: a tu per tu col mondo del precariato

di Assunta Cristello

UN’INTERA generazione di giovani fuori dal mercato del lavoro. È questa in sintesi la drammatica conclusione cui è giunto Giovanni Muto, 34 anni, esponente del NIdiL, il sindacato dei lavoratori atipici della CGIL, della Camera del Lavoro di Cosenza e lavoratore di pubblica utilità presso l’ufficio tecnico del comune di Malito, riflettendo sulla sua condizione di precario, comune a migliaia di calabresi. Siamo andati a trovarlo sul luogo di lavoro, per conoscere da vicino uno dei volti del piccolo esercito dei precari calabresi.

 

Quando è stato assunto come lavoratore di pubblica utilità?

Nel 1998. È stato il mio primo impiego, e in nove anni di precariato ho sentito tante promesse non mantenute. Oggi siamo costretti a denunciare una condizione lavorativa e salariale che per un’intera generazione non è più di sostegno e di attesa come doveva essere nelle premesse, bensì di precariato cronico e di drammatico disagio sociale, anche per fasce scolarizzate.

 

Quali sono le maggiori rinunce che deve fare un precario?

Non avendo diritto ad uno stipendio, ma solo ad un sussidio più una piccola integrazione ottenuta dopo tanti sacrifici, dobbiamo rinunciare a tutto: dai riconoscimenti contributivi alla possibilità di richiedere prestiti. In pratica risulto iscritto nelle liste di mobilità, quindi disoccupato, da 10 anni!

 

Ci sono le risorse per inglobare i quasi 8.300 precari calabresi?

Si, se le istituzioni vogliono, anche perché, occorre ribadirlo una volta per tutte, gli lsu e gli lpu, negli anni, hanno tamponato carenze nelle piante organiche degli enti pubblici e offrono un servizio ormai indispensabile.

 

Chi si sta impegnando e chi invece dovrebbe fare di più per la vostra causa?

Ad oggi c’è un parziale impegno da parte dello Stato ed un assenteismo spaventoso da parte dell’ente regionale, che si sta dimostrando per niente attento alle problematiche del lavoro: basti dire che non c’è uno stralcio di progetto né per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari, né rivolto ai disoccupati. Anche tra i vari sindacati dovrebbe esservi  comunione d’intenti riguardo la questione del lavoro. Occorre impegno da parte di tutti: da parte delle istituzioni in primis, ma anche da parte di noi lavoratori, che dobbiamo essere uniti nel perseguire il comune obiettivo del lavoro stabile. Spesso, invece, al momento di scendere in piazza, alcuni scelgono di non partecipare, scaricando poi le responsabilità sul sindacato. Io penso che il sindacato sia la gente, siamo noi lavoratori che dobbiamo in prima linea difendere i nostri diritti.

 

Che fine ha fatto il Tavolo Calabria?

Quella che ha voluto fargli fare la Regione Calabria. C’è sicuramente un interesse da parte del Governo alla risoluzione della vertenza precari, ma pare che la Regione voglia essere continuamente sollecitata attraverso scioperi e manifestazioni di piazza.

 

 

Far valere il proprio diritto al lavoro in Calabria è più difficile che altrove?

In Calabria è molto più difficile per via della nostra classe politica che in campagna elettorale ci inonda di promesse che puntualmente non vengono mantenute. Ricordo la visita nel Savuto di Agazio Loiero e Nicola Adamo durante la campagna elettorale regionale: in quell’occasione promisero a noi precari che non sarebbe stato più necessario andare a protestare sotto il palazzo della Regione. Ebbene, a distanza di due anni sono stato a manifestare a Catanzaro ben quattro volte e senza nessun risultato tangibile.

 

Perché si è arrivati a questo punto?

A causa della superficialità con la quale viene affrontato il problema del precariato e al continuo rimbalzo di responsabilità: mi chiedo se veramente non sappiano o non vogliano costruire progetti validi per la disoccupazione e il precariato. Il programma elettorale del centrosinistra prevedeva la risoluzione del problema dei lavoratori precari, ma finora abbiamo assistito solo a continue passerelle e ad ulteriori speculazioni su chi deve elemosinare un misero sussidio.

 

Come ti immagini da qui a qualche anno?

Beh, spero proprio di essere un lavoratore stabile e di vedermi riconosciuti i miei diritti. Non bisogna mai smettere di sperare!

 

Assunta Cristello

 

 

Nella foto: Giovanni Muto (Nidil Cgil).

 

 

 

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