“La Resistenza: il sacrificio dei Partigiani, il coraggio …”

di Francesca Gabriele

 

“Tu non sai le colline

dove si è sparso il

sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l’arma e il nome.”

 

Cesare Pavese (La Terra e la morte, 1945)

 

 

La Resistenza: il sacrificio dei Partigiani, il coraggio delle donne italiane, eroine della guerra patriottica.

 

L’INIZIO de “La Resistenza Italiana” ha il suo germe, in due parole, pronunciate da Benito Mussolini: “Fatelo tacere”. Il movimento di opposizione al fascismo, in Italia, trovò radici differenti da quella che fu “La Resistenza” nel resto del vecchio continente. Tutto partì il dieci giugno 1924, quando un deputato socialista, Giacomo Matteotti, fu rapito e poi ucciso dai killer di Benito Mussolini, il duce, la mente del fascismo. L’unica colpa di Matteotti, fu quella di essersi battuto per difendere le conquiste economiche e sociali dei lavoratori, dall’imperversare dell’ideologia fascista.  Matteotti pagò con la vita la sua battaglia. “Di fronte alla marcia su Roma nacquero – spiegherà il compianto Piero Godetti, altra vittima della dittatura – immediatamente almeno due antifascismi. Il primo era la resistenza dei battuti dal colpo di Stato: l’antifascismo, per intenderci, dei vecchi democratici e liberali che erano stati ministri o ministeriali nel dopoguerra e dei filo fascisti delusi. Nessuno dei così detti democratici e liberali aveva capito che Mussolini non si poteva legare con i programmi, che egli avrebbe tradito tutti gli accordi, e dominato tutte le competizioni sul terreno dell’astuzia; che occorreva smascherarlo (secondo antifascismo) con un’intransigenza feroce preparando con l’esempio una situazione storica in cui l’effettiva lotta politica rendesse impossibili i costumi del paternalismo e le dittature plutocratiche mascherate di dittature personali. Combattevamo Mussolini come corruttore prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistemmo sui lamenti per la mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare. Offrimmo una diagnosi della immaturità economica italiana che si accompagna e determina l’immaturità della lotta politica e la scarsa dignità personale. Il fascismo ha avuto almeno questo merito: di offrire la sintesi, spinta alle ultime inferenze, delle storiche malattie italiane: retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo. Combattere il fascismo deve voler dire rifare la nostra formazione spirituale, lavorare per le nuove élite e per la nuova rivoluzione. Il fascismo è il legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica, parassitaria e paternalistica. Questo era il vero antifascismo, era la vera politica dell’opposizione”.

 

Armistizio di Cassabile, 8 settembre 1943. Inizia La Resistenza Armata. 300 mila uomini imbracciarono le armi dapprima a Nord e successivamente nel centro Italia (il Sud fu estraneo alla Resistenza perché fu subito occupato dalle forze angloamericane) aprendo una tra le più dure guerre: quella patriottica di liberazione dall’occupazione tedesca.

 

“Le donne non ci vogliono più bene
perché portiamo la camicia nera.
Hanno detto che siamo da catene,
hanno detto che siamo da galera!
L’amore coi fascisti non conviene:
meglio un vigliacco che non ha bandiera,
uno che non ha sangue nelle vene,
uno che serberà la pelle intera!
Ce ne freghiamo! La signora Morte
fà la civetta in mezzo alla battaglia,
si fa baciare solo dai soldati.
Sotto ragazzi, facciamole la corte,
diamole un bacio sotto la mitraglia,
lasciamo le altre donne agli imboscati!
A noi!”.

 

QUESTA CANZONE ha rappresentato l’inno delle brigate fasciste impegnate a combattere le brigate partigiane, i codardi, coloro che combattevano senza bandiera e senza identità, nelle città, nelle campagne, nascosti tra le montagne, esponendo la propria vita per la liberazione, per l’affrancazione dell’Italia e degli italiani. Per i sostenitori del fascismo, i vigliacchi, altri non erano, che i partigiani. I partigiani, eroi in una guerra senza fine, che oggi, il revisionismo storico (quello di comodo ad una parte politica, la Destra, quello meno oggettivo e indipendente, quello meno utile per capire le ragioni degli uni e degli altri), etichetta con tanti aggettivi: faziosi, settari, fanatici, antinazisti, antifascisti, nell’estremo tentativo di trasformare agli occhi dei contemporanei, una guerra, quella di liberazione, in guerra civile. Una “guerra”  civile in opposizione alla Repubblica sociale italiana, nel cui esercito tuttavia parteciparono attivamente oltre ai repubblichini, raggruppamenti di giovani che ingenuamente valutarono l’armistizio con gli Alleati come un atto infedele nei confronti dell’alleato tedesco. I fieri partigiani, rispondevano, ai nemici, agli oppressori, dal versante della montagna, intonando questa significativa canzone:

 

“Soffia il vento urla la bufera

 scarpe rotte eppur bisogna andar

 a conquistare la rossa primavera

 dove sorge il sol dell’avvenir.

 Ogni contrada è patria del ribelle
 ogni donna a lui dona un sospir

  nella notte lo guidano le stelle

  forte il cuore e il braccio nel colpir.

  Se ci coglie la crudele morte

  dura vendetta verrà dal partigian
  ormai sicura è già la dura sorte

  di quei vili che ognor  cerchiam.

Cessa il vento calma è la bufera
 torna a casa il fiero partigian

  sventolando la rossa sua bandiera
  vittoriosi alfin liberi siam”.

 

16 ottobre 1941. Le donne insorgono. Il loro urlo è uno solo. Pane, pane. Donne ardimentose. Donne stanche di vivere racchiuse  in un mondo senza libertà, senza identità. Donne italiane. Il 16 ottobre 1941, scendono in piazza, assalgono un furgone della Barilla. Questa volta, il regime, non fa  paura. Questa volta, si rischia la fame e la morte di altri innocenti. Questa volta,  è stata ridotta la razione di pane. I loro bambini, hanno fame. Operaie, casalinghe, scendono in strada. La loro lotta dura un giorno intero. Entrano cosi, a partire dal 16 ottobre, a far parte, a pieno titolo, della lotta partigiana.

 

"…Quando noi partigiani s’ando’ in combattimento
non s’ando’ miha perche’ ci piacea la guerra
s’ando’ perche’ la finisse prima…

…Noi partigiani

ci chiamavano ribelli
e c’impiccavano se ci pigliavano…"

 

*Testimonianza di Silvano Sarti.



La testimonianza di una donna partigiana, la cattolica, Tina Anselmi.

 

Dopo l’8 settembre, in seguito alla firma dell’armistizio, i tedeschi conclusero che noi avevamo tradito l’alleanza ed allora si sviluppò con più ferocia e determinazione la loro rappresaglia. Noi vedevamo passare per i nostri paesi i carri bestiame pieni di giovani dei nostri paesi rastrellati, portati in prigione e poi impiccati o fucilati nei viali. Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi, c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo. La dottrina fascista diceva, nel primo articolo, che lo Stato è fonte di eticità, niente è sopra lo Stato, niente è contro lo Stato, niente è al di là dello Stato; dunque questo articolo giustificava quello che avveniva e le rappresaglie che erano consumate". "Naturalmente nacquero tra noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così.  Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi".

 

Francesca Gabriele

 

 

Piero Gobetti, Noi e le opposizioni, in Rivoluzione liberale, 1924.

 

Stefania Maffeo Storia delle donne partigiane.

 

 

Nella foto: Partigiani a Milano.

Commenti
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com