Mons. Bregantini ai calabresi: ‘non scoraggiatevi mai’

Il neo Arcivescovo di Campobasso-Bojano ha lasciato la Locride

 

 

 

 

“Non scoraggiatevi mai”. Con queste parole mons. Giancarlo Brigantini (nella foto) ha lasciato la Diocesi di Locri-Gerace (e la Calabria) per avviarsi verso la nuova missione di Arcivescovo di Campobasso-Bojano. Lo ha fatto nella Cattedrale di Gerace, trasudante di storia e ricolma di vita per la presenza di almeno tremila persone fra uomini delle istituzioni, religiosi e gente comune. Una cerimonia solenne, carica di significato e commozione, fortemente intrisa di ricordi, legata al commiato di un Vescovo che in tredici anni ha saputo parlare (con parole semplici e profonde) alla gente della Locride e della Calabria, soprattutto ai giovani, alle donne e ai meno fortunati. “Una terra – ha detto – che mi ha amato tanto e che io ho amato tanto”. Nato a Denno (Trentino), mons. Giancarlo Brigantini ha frequentato le scuole della congregazione dei Padri Stimmatini e si è laureato all’Università Gregoriana di Roma. Nominato Sacerdote il 1° luglio 1978 è stato eletto Vescovo il 12 febbraio 1994 (consacrato il 7 aprile 1994 nella Cattedrale di Crotone). A Locri era giunto il 7 maggio 1994. Figura di grande carisma, padre Giancarlo (come in molti lo chiamano) è stato un punto di riferimento importante come Pastore, ma anche come uomo di cultura impegnato sul fronte della solidarietà e della legalità, sostenitore di cooperative sociali nelle quali, oggi, si trovano occupati anche ex detenuti.

VI PROPONIAMO, di seguito, l’articolo di approfondimento pubblicato in data 14 gennaio 2008 sulla prima pagina de ‘Il Quotidiano della Calabria’ – relativo alla rubrica ‘Buona Settimana’ che l’alto Prelato ha curato dal luglio 2007.

 

 

GRAZIE

 

di Giancarlo Brigantini *

 

 

Mi congedo da voi, carissime e carissimi. Con questo mio Grazie, che si fa rilettura di tutti i miei interventi, ogni lunedì, puntualmente, da luglio fino a oggi.

Con un grazie a Matteo Cosenza, che mi ha proposto e richiesto questi spazio editoriale sul Quotidiano. Spazio di grande importanza, che di certo mi ha consentito di parlare alla gente di Calabria, con parole scritte con la forza e la passione di chi crede che si può sperare, che questa terra ha ricchezze culturali preziose per poter avanzare a livello politico, morale, sociale.

Motivato dalla fede, in un vincolo di gratitudine e di stima verso voi tutti, Calabresi, ribadisco che solo un cuore che spera, ama e cambia. Perché sperare è condizione di raccordo profondo, di comunicazione vera, per migliorare e recuperare la bellezza del fine comune, dei fatti concreti. Non per mania di frenetica innovazione di fronte a un mondo che lancia arpioni, ma semplicemente per impulso di rifioritura, come i nuovi rami sul tronco rugoso e antico dell’albero, che, qui, in Calabria, affonda le sue radici in terreni antichissimi di cultura, di dignità.

E’ il ruolo della cultura. Che don deve mai perdere la fiducia in se stessa, mai smettere di dare linfa, mai stancarsi di rivitalizzare, di aprirsi costantemente all’orizzonte dei valori, verso vette di conoscenza. Un consiglio: partire sempre dalla vita, che qui, in Calabria, pulsa di una forza indicibile. Va solo colta ed espressa. Fatta parola, perché diventi luce per gli altri. Maturata nel cuore dei poeti e degli scrittori, diffusa senza distanze nell’autenticità. Ed è proprio da questa linfa, maturata nel tempo, dentro lacrime spesso amare e solitarie (anche in questi giorni!) che traggo sette parole di congedo, che vi affido, come dono e gratitudine:

 

– Favorite: la prima parola, fatta di accoglienza, cuore aperto, condivisione, nella certezza che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

 

– Grazie: in una gratuità fidente, che costruisce relazioni solidali, capaci di riaccendere i nostri paesi e le nostre comunità. Non assistenzialismo, ma lavoro con le proprie mani, in qualità e competenza.

 

– Mai senza l’altro: cioè la corresponsabilità, che vince l’invidia e la gelosia, nemico mortale di questa terra. Insieme, mai soli. Tu e io, per divenire Noi.

 

– Sogno fatto segno: cioè la fecondità dei piccoli passi, poco notati: dalle radici che non vedi, dei luoghi e paesi interni, del lievito, che fa grande la speranza e silenziosamente cambia la massa in pane.

 

– Locride fatta giardino: perché fecondata dalle acque della speranza, dell’amore, della tenerezza, della custodia, del Dio che si allea con noi e si fa Goél, difensore dei piccoli e dei poveri. Giardino però a noi affidato, difeso dagli incendi. Amato.

 

– Le ferite trasformate in feritoie: cioè la mano che non fugge, il dolore non respinto, la prova fatta benedizione, la mafia stessa che diviene sfida per una testimonianza più vigorosa, il male vinto con il bene.

 

– Ancora e non ormai: per vincere il destino, sconfiggere la paura, superare le chiusure, ricominciare sempre con fiducia, aprire le vele al soffio dello Spirito, che scompagina per ricostruire .

 

Grazie di tutto. E buon cammino a ciascuno di Voi, specie ai piccoli e ai poveri, poiché il potere dell’Amore ha pur sempre priorità e alito divino su tutto!

 

* Vescovo

 

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