Il ricordo di Peppino Impastato a 31 anni dalla morte

di Alessandra PAGANO *

A RISVEGLIARE le coscienze. Serve a questo mantenere vivo il ricordo di persone come Peppino Impastato. Non martiri di un’utopia, ma uomini che, pur nella loro semplicità, hanno speso la loro vita a combattere contro i falsi valori della mafia. Senza usare armi, ma con parole più affilate di coltelli. Cosa Nostra Impastato l’aveva conosciuta da dentro. Era nato, infatti, il 5 gennaio del 1948 a Cinisi in una famiglia legata agli ambienti mafiosi locali. Il padre era amico del boss Gaetano Badalamenti. Colui che sarebbe diventato la sua nemesi. Fino alla morte. Giovanissimo, prese le distanze dai “cento passi” che lo separavano dalla mafia e iniziò non solo a denunciarne gli affari criminali, ma anche a credere alla reale esigenza di una trasformazione dell’assetto socio-politico e culturale italiano. Aderì ai movimenti antagonisti del ’68: una sinistra attiva, ma confusa e frammentata in sigle e movimenti. Il nome di Impastato è legato al coraggio della sua voce. Al non essersi piegato mai alle logiche di un potere che impone senza chiedere. Nel 1976 fondò “Radio Aut” e iniziò a raccontare cosa accadeva nel suo paese, parlando di una realtà che sapeva di paura e omertà. Un personaggio scomodo: Badalamenti ne decretò rapidamente il suo assassinio. Il 9 maggio del 1978, qualche giorno prima delle elezioni comunali in cui Impastato si presentava come consigliere nelle liste di Democrazia Proletaria, il suo corpo fu trovato senza vita con una carica di tritolo sotto il corpo gettato sui binari della ferrovia. Era lo stesso giorno del ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro. La notizia passò quasi in sordina. A semplice corollario di una stagione di sangue che era ben lungi dal terminare. Le indagini furono, in un primo tempo, orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o di un suicidio. Solo negli anni Novanta Peppino Impastato è stato riconosciuto come una “vittima della mafia”. Come di riconoscimento ufficiale ve ne fosse comunque bisogno. Nel 1996 Badalamenti è stato condannato per questo omicidio. Peppino era un ragazzo che voleva sfidare il mondo nella speranza di cambiarlo. Un sognatore? Forse. Del resto, si dice che vincitore è il sognatore che non si arrende. Oggi come trent’anni fa ci sono giovani ignavi e insipienti, ma anche giovani che, come Peppino Impastato, partecipano attivamente all’idea di un cambiamento sociale autentico e vero. Che, con genuina disobbedienza, hanno il coraggio di dire “non va bene”, di denunciare e di far del bene. Solo coloro che partecipano attivamente alla vita politica, che si battono nei sindacati, che credono che il valore della diversità e dell’alterità sia, appunto, un Valore. Ma sono anche coloro che fanno volontariato e che non si tirano indietro quando c’è bisogno di dare una mano. Non necessariamente grandi gesti, ma piccole opportunità per chi ha gli occhi e la sensibilità di riconoscerle. In occasione dell’anniversario della sua morte è nostro dovere non solo celebrarlo e ammirarlo, ma seguirne l’entusiasmo. Il messaggio di Impastato oggi è più forte che mai: è ribellione contro il pensiero unico e totalizzante della globalizzazione delle coscienze. Molte delle quali sono solo assopite.

 

* corrispondente del settimanale ‘Parola di Vita’

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