“L’Università  degli internati” *

di Eugenio Maria GALLO *

“FATICAVO a respirare. Il caldo era soffocante, e l’odore dei corpi sudati e malati era opprimente. Non esisteva niente al mondo di paragonabile ad Auschwitz III: era l’inferno sulla terra. Mi ci ero introdotto deliberatamente per vederlo con i miei occhi, ma fu un’esperienza spaventosa, agghiacciante. Mi trovavo fianco a fianco con quegli uomini- ombra, ma al contrario di loro ero là  per mia libera scelta”. Sono parole di Denis Avey, soldato inglese recluso in un campo di prigionia tedesco, vicino al campo di Auschwitz. Introdottosi con uno stratagemma ad Auschwitz III, per testimoniarlo al mondo, Avey ne aveva conosciuto l’orrore in tutte le sue manifestazioni. Auschwitz, con i propri forni crematori, era la negazione di ogni minimo aspetto di umanità . Gli altri campi di concentramento e di sterminio, seppure meno noti, non erano però da meno. In uno di questi campi finì anche il nostro conterraneo Lorenzo Diano. Il dottor Diano si trovava in Albania come soldato del regio esercito Italiano e, dopo l’otto settembre del ’43, fu fatto prigioniero dai soldati tedeschi. Dopo l’armistizio, ben 750.000 soldati italiani furono deportati nei lager tedeschi e di essi 650.000 vi furono internati come prigionieri. Come tanti altri soldati italiani, il dott. Diano si trovò davanti ad una scelta per lui determinante: collaborare con l’esercito tedesco e con la nuova repubblica fascista di Salò o rifiutarsi? Si rifiutò e fu deportato a Siedelche, in Polonia. A causa del progressivo avvicinarsi delle truppe alleate, fu poi trasferito, insieme con gli altri internati, “verso il confine occidentale della Germania, nel campo di Sandbostel dove i Tedeschi fecero confluire ufficiali medici, cappellani ed ufficiali d’arma”. Nel campo di Sandbostel, in quel periodo, furono internati anche Alessandro Natta, nel dopoguerra parlamentare ed esponente di spicco del PCI, il prof. Lazzati, in seguito Rettore dell’Università  Cattolica di Milano, il giornalista Giovannino Guareschi e. fra gli altri intellettuali, il filosofo Robert Althusser. Il Guareschi, col numero 6865, vi era giunto nella primavera del ’44, dopo essere stato internato in un fortilizio polacco, la Nordkaserme, alla periferia di Czestochowa e quindi, sempre in Polonia, in un campo di concentramento vero, a Beniaminovo.  “Sandbostel era…già  un girone molto basso dell’Inferno, il penultimo setaccio per gli irriducibili della Resistenza Bianca prima che anche per loro scattasse la soluzione finale. Non c’erano più né pietà , né allettamenti. Misure di sicurezza ossessive, premi per le guardie più zelanti nella sorveglianza e licenze per le sentinelle che, sparando su eventuali fuggiaschi, non mancavano il bersaglio”. Il dottor Diano, come detto, col numero 151605, vi giunse dal campo di Siedelche ed è interessante sentire ciò che scrisse in merito al viaggio di trasferimento a Sandbostel: “Uno stato di ansia – sono sue parole – si manifestò attraversando la Polonia. Soltanto in questo tragitto apprendemmo della deportazione degli Ebrei dal personale delle Ferrovie Polacche e, quando chiedemmo quale era stato l’epilogo della deportazione degli Ebrei, ci fu risposto con un laconico, ma espressivo e triste: Toten. Tale notizia aggravò il nostro tono psichico, già  provato dalla fame, dal freddo, dall’isolamento quasi assoluto, per cui non avevamo notizie dei nostri familiari, né ricevevamo l’invio di generi di conforto”. A Sandbostel, la vita del dott. Diano e la vita del Guareschi e degli altri internati furono vite parallele. Comuni erano le sofferenze, le fatiche, le ansie e le malattie. Quando il Guareschi tornò a sentire i morsi dell’ulcera, non aveva da seguire alcuna terapia, se non il completo digiuno. “Ritrovo le mie lacrime – scrisse nel Diario clandestino – I miei trentacinque anni mi guardano stupiti, …Mi sento abbandonato da tutti, anche da me stesso, anche dalla mia carne, perché pure la mia carne sembra appartenere ad un passato lontano. E invano attendo che qualcuno appaia sul rettangolo della porta. Fra me e loro, fra il mio fantasma e la vita ci sono le mie lacrime disperate e tutto sembra scritto su acqua tremolante”. E in merito allo stesso campo, di rimando, anni dopo il dott. Diano, alla figlia Paola, dettava quanto segue: ”Qui le condizioni alimentari non migliorarono tanto che, dopo un mese circa, il mio organismo cedette ad edemi da fame e ad altre manifestazioni dovute a carenze alimentari e al rigore del clima. Fui quindi ricoverato nell’infermeria del campo, dove lentamente riuscii a superare lo stato di carenza, ma le condizioni del mio fegato…rimasero colpite, per cui ho sofferto e soffro di una forma di epatite cronica”. Non c’era, però, rassegnazione: nessuno di loro voleva mollare e si faceva di tutto per sopravvivere e per tener desta la vita dello spirito ricorrendo non solo al conforto della fede, ma anche a quello della cultura. Pure questo era un modo per reagire, per opporsi all’orrore nazista e alla morte. Fu così che nacque quella che il Guareschi definiva la Regia Università  di Sandbostel. Si trattava di un’apertura al mondo dello studio e della cultura, per mezzo di corsi che venivano tenuti da intellettuali internati, nei pressi delle baracche, all’aperto. Si insegnava di tutto, dalle lettere all’ingegneria, dalla matematica alla giurisprudenza e così via. Il dott. Diano, dal campo di Sandbostel, portò a casa un’interessante grammatica di lingua inglese, segno tangibile di quella esperienza culturale e di studio. Fra gli internati c’era anche il tenente Gianrico Tedeschi, un attore, il quale avviò anche lezioni di recitazione e lesse, fra i compagni che seguivano i suoi corsi, versi di poeti moderni, da Ungaretti a Quasimodo, da Saba a Cardarelli, a Rebora, il quale, fra l’altro, era presente fisicamente, in quanto internato anche lui a Sandbostel. “Versi si appiccicano al mio animo come carta bagnata su un cristallo – scriveva il Guareschi – e le parole sono trasparenti, umane, e ripetono l’eterno miracolo della poesia, perché sono straordinariamente attuali”. Nel campo gli internati organizzarono altre attività  come corsi politici clandestini per lo più di matrice marxista; organizzarono anche concerti, diedero vita ad una Chiesa, crearono apparecchi radio riceventi, tra questi il più importante fu Caterina, ed avviarono valide iniziative come la biblioteca. “Fortunatamente, però, – narra Paola, la figlia del dott. Diano, riferendosi alla vita del padre a Sandbostel – nel campo in cui ha trascorso la maggior parte della sua prigionia, c’era una biblioteca, dove i prigionieri potevano recarsi, anche se per poco tempo, per leggere”. Il dott. Diano, di certo, era a Sandbostel nel periodo prossimo al Natale del ’44, quando il Guareschi compose la Favola del Natale. Ed era, senz’altro, fra gli spettatori, cioè i compagni di prigionia, che seguirono, a Sandbostel, l’esecuzione della Favola di Natale proposta più volte, nel periodo dicembre ’44 gennaio ’45, da Giovannino Guareschi, che ne aveva affidato la funzione di voce recitante a Gianrico Tedeschi. Il Guareschi, nel concludere l’esecuzione della propria Favola, con un groppo in gola, disse: “E se non v’è piaciuta, non vogliatemi male, ve ne dirò una meglio il prossimo Natale, e che sarà  una favola senza malinconia, c’era una volta la prigionia”. E fu profeta,perché a Natale del ’45, la Favola del Natale venne rappresentata all’Angelicum di Milano. Il dott. Diano nel Natale del ’45 era a casa. Era stato rilasciato l’8 maggio 1945 e, rientrato in Calabria, era stato ricoverato presso l’Ospedale SMOM di Cosenza, dove gli venne riscontrata l’epatite. Ritornato alla vita familiare e professionale, egli non dimenticò mai l’esperienza del campo di concentramento e fu, forse, proprio nel periodo di internamento che egli maturò quelle idee che lo sollecitarono ad un impegno attivo nel campo cattolico, che lo portarono a rivestire l’incarico di Presidente Diocesano dell’Azione Cattolica e che lo videro attivo ed attento anche nell’ambito dell’Associazione dei Medici Cattolici. Fu cultore di filosofia e portò avanti, fino a tarda età , profonde letture filosofiche ed edificanti approfondimenti di tesi religiose e di testi relativi alla dottrina cristiana. Visse il proprio impegno professionale come una missione e si propose all’attenzione di tutti come medico preparato, umano, scrupoloso ed impegnato. Gli anni vissuti nel campo di concentramento lo colpirono e lo segnarono non solo nella sua salute fisica, ma anche in quella psichica, lasciando in lui delle tracce indelebili. “Su tale base organica – affermava nel proprio promemoria dettato alla figlia – si innestarono sofferenze psichiche, la cui gravità  si manifesta ora con l’avanzare degli anni e consiste in depressione ciclica, alternata da periodi di eccitazione, instabilità  neuropsichica e incapacità  di un lavoro regolare e produttivo”. E lo ricorda anche la figlia Paola, rispondendo ad un allievo che, nell’intervistarla, le aveva chiesto dei problemi di natura psicologica, lasciati in eredità  al padre dal periodo di internamento: “Non basterebbe – sono parole della figlia – un trattato di psicologia per parlarne: dagli incubi notturni, alle piccole fobie, che si è portati dietro fino agli ultimi giorni della propria vita, con grande sofferenza. Ma tutto questo era analizzato, studiato, discusso anche per un insegnamento nei nostri riguardi”. Il bisogno di dimenticare nella sua vita non fu soddisfatto ed allora egli, spesso, si è rivolto a quella memoria come ad un’opportunità  in più per far meditare i propri figli ed i giovani sull’importanza della libertà , del rispetto e dell’amore dell’altro, facendo del ricordo di quei giorni un motivo di costante riflessione nell’ambito del proprio impegno di cattolico. Fu questo il campo di concentramento per il dott. Diano, che oggi ricordiamo, ripensando anche ai suoi compagni di prigionia. Lo ricordiamo per tenerlo vivo nella memoria di noi tutti e per tenere viva, altresì, la memoria dei campi e dello sterminio al fine di evitare che il male torni a colpire ancora. In fondo, come affermò uno degli internati di Auschwitz III, “Perché il male trionfi, basta che i giusti non facciano niente”.

* docente
 

 

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