Cosenza, la Casa delle Culture sarà intestata allo scrittore e drammaturgo Vincenzo Zicarelli

Se, come sostiene Wynton Marsalis, il jazz può cambiarti la vita, per Enrico Granafei, chitarrista ed armonicista cosentino, tra i migliori virtuosi in circolazione, l’incontro col jazz, oltre ad essere stata una vera folgorazione, ha veramente impresso una svolta alla sua esistenza. Fino al punto da indurlo, 30 anni fa, a trasferirsi, armi e bagagli, negli Stati Uniti e, dopo essere entrato in contatto con alcuni musicisti della Grande Mela, a rilevare il “Trumpets Jazz Club” di Monclair, nel New Jersey, divenuto uno dei templi della musica afroamericana, autentico crocevia di artisti, tra i più rinomati della scena internazionale. Ma come accade a chi emigra in terre lontane, il distacco dalla terra d’origine procura struggimenti tali da favorire ogni tanto quei ritorni a casa che hanno tanto il sapore della nostalgia e che sono la conferma di come non sia possibile recidere il cordone ombelicale con i propri affetti. Se poi, a tutto questo si aggiunge il tributo offerto dalla tua città per onorare una carriera musicale costellata di soddisfazioni, la motivazione per salire sul primo volo per l’Italia diventa ancora più forte. E così ieri sera (nei giorni scorsi, ndr) Enrico Granafei è tornato ad esibirsi nella sua città, in quel teatro, il “Rendano” (nella foto) nel quale non aveva mai suonato prima d’ora, ma che, curiosamente, lo aveva tenuto a battesimo, molti anni fa, come attore, in una piccola parte, guarda caso quella di un suonatore di chitarra, nella commedia “Cristina ‘a spedesa”, del drammaturgo cosentino Vincenzo Ziccarelli, recentemente scomparso. Il concerto di Enrico Granafei è stato preceduto dalla proiezione del documentario del video editor cosentino Gianluca Bozzo che racconta, in un puntuale e tecnicamente ineccepibile reportage, il viaggio in America che lo ha portato fino al “Trumpets Jazz Club” di Enrico Granafei ed a contatto con quel fior fiore di musicisti che vi si esibiscono: da Billy Hart a Wallace Rooney, da Rob Paparozzi a Vic Juris, ad Hernan Romero, senza trascurare la colonia di musicisti italiani a Monclair, alcuni stanziali, altri in un continuo andirivieni dall’Italia, come Laura Campisi, Cinzia Spata, Patrizia Scascitelli e Marco Panascia. Il documentario di Bozzo è anche il pretesto, sia per mettere a fuoco, in una sorta di confessione confidenziale, la figura di Enrico Granafei, sia il segreto del jazz e della musica afroamericana e quali alchimie il jazz è capace di creare. Il tutto contrappuntato da una colonna sonora, in parte live, in parte selezionata ad hoc, che potrebbe ben figurare nella play list jazz da portarsi nell’aldilà. La serata-tributo al “Rendano”, brillantemente condotta da Iole Perito, portavoce del Sindaco Occhiuto e amica personale di Enrico Granafei, è poi proseguita con un momento commemorativo, fortemente voluto dall’Amministrazione comunale e dal primo cittadino, nel corso del quale sono state consegnate due targhe della città di Cosenza alla memoria di due eccellenze della cultura calabrese e cosentina, recentemente scomparse: lo scrittore e drammaturgo Vincenzo Ziccarelli e il maestro liutaio Vincenzo De Bonis, fondatore di una delle più importanti scuole di liuteria del Meridione d’Italia. Le targhe sono state consegnate personalmente ai familiari di Vincenzo Ziccarelli, i figli Domenico e Davide, e al fratello di Vincenzo De Bonis, Costantino. Le ragioni che hanno legato le due premiazioni commemorative al concerto di Enrico Granafei sono presto spiegate: perché Granafei ha avuto la fortuna di incrociare nella sua attività artistica, sia Vincenzo Ziccarelli che Vincenzo De Bonis. Non è un caso se durante le sue esibizioni il chitarrista jazz utilizza, a turno, uno dei quattro strumenti realizzati da Vincenzo De Bonis, compresa la chitarra battente con cui ha aperto il concerto di ieri sera al “Rendano”. Importante l’annuncio fatto dal Sindaco Mario Occhiuto, poco prima che si abbassassero le luci per dare inizio all’esibizione di Granafei. La Casa delle Culture sarà intitolata, a breve, a Vincenzo Ziccarelli e nella prossima stagione di prosa del “Rendano” sarà inserito un suo testo , “Francesco e il Re”, che evoca la figura di San Francesco di Paola”. Si tratta del dramma storico che racconta l’incontro tra Francesco di Paola e Luigi XI di Francia (memorabile la prima versione teatrale con Nando Gazzolo e Salvatore Puntillo, seguita dalla ripresa, a distanza di anni, interpretata da Ugo Pagliai, Paola Gassman e Philippe Leroy). Poi, spazio alla musica. Il concerto riannoda i fili del percorso musicale di Enrico Granafei, quasi con precisione filologica, cominciando da un trittico di pezzi di musica classica, nei quali alla chitarra battente di Enrico Granafei si affianca, al pianoforte, il maestro Giuseppe Maiorca. Appena il tempo di rifiatare e, riposti nuovamente in soffitta i trascorsi classici di Granafei, ecco irrompere il jazz, così come attendevano gli appassionati. Il cui prologo è un amarcord di bossa jazz con l’amico dei tempi andati, il chitarrista cosentino Roberto Scornaienchi. Il duo di chitarre ripropone una delicatissima “Manhã De Carnaval”, meglio conosciuta come la “Canzone di Orfeo”. Poi entra in scena il trio del pianista castrovillarese Danilo Blaiotta, con Fabrizio La Fauci alla batteria e Silvio Ariotta al contrabbasso. E’ la prima volta che suonano insieme a Granafei, ma sembra che nella vita non abbiano fatto che questo. L’interplay tra i quattro funziona a meraviglia ed il prodotto di questo autentico miracolo di cui solo il jazz e l’improvvisazione possono essere artefici sono una perla dietro l’altra: alcuni degli standard inseriti nell’ultimo disco di Granafei, “Alone (and) togheter”, in vetta alle classifiche americane dei dischi jazz per lungo tempo, ed altri evergreen che hanno fatto la storia del jazz: da “Autumn Leaves”, eseguita da Granafei suonando contemporaneamente armonica cromatica e chitarra, a “Body and soul”, a “You don’t know wath love is”, a “I Love You” di Cole Porter. Il tutto con il mentore di Granafei , l’armonicista Toots Thielemans, alla cui scuola Enrico si è abbeverato, che aleggia sul “Rendano”. Sorprendenti le similitudini nello stile che Granafei, raggiunta la maturità, ha ancor di più affinato. Il concerto sarebbe finito qui se dalla platea non si fosse levata una precisa richiesta: ‘U cuddrurieddru”, che riporta all’incursione di Granafei nel cantautorato volto ad esaltare il dialetto cosentino, ai tempi del cd “Cusè quantu si bè”, un vero e proprio omaggio alla città di Cosenza, concepito insieme al suo antico sodale Totonno Chiappetta. C’è ancora tempo per una ballad in stile bossa nova, anche questa in dialetto cosentino, “Calabrossa”, che evoca un personaggio femminile dell’adolescenza di Granafei, di stanza alla Villa Vecchia: ‘Za Rosa. Qui l’eloquio affabulatorio e giocoso di Enrico produce effetti di grande empatia col pubblico. I ricordi riaffiorano, ma è mezzanotte circa, come la”Round midnight” di Thelonious Monk ed è ora di tornare a casa. Gli applausi si sprecano e ad Enrico Granafei va l’affetto e l’arrivederci della sua città.

Data: 12 maggio 2014.

Fonte: Comune di Cosenza.

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