Rivive il mito di Pietro Bianco. Iniziativa alla riscoperta dei luoghi del famigerato capobrigante e dei suoi seguaci

“Spigolando Bianchi. Sapori, arte e mestieri”. Questa la manifestazione organizzata dall’Associazione culturale “Fenice Bianca”. Una giornata all’insegna del “Star bene in compagnia” all’aria aperta, visita ai luoghi di cultura e arte culinaria per riscoprire le proprie origini e la storia. Sulle tracce dei briganti, escursione in località <<Maurizio-Timpe-Malisirici>> di Bianchi alla scoperta e rivisitazione storica del fenomeno del brigantaggio. Un viaggio nella presila cosentina per conoscere e assaporare luoghi e abitat incontaminati. Un tuffo nel passato (1860) tra mito e realtà, la cui storia s’innesta col brigantaggio e Risorgimento calabrese. Per raggiungere la grotta (altezza s.l.m. 1050 metri) ci sono tre itinerari. Il più interessante e piacevole è quello proposto dal gruppo organizzatore. Lasciata la strada provinciale che da Bianchi porta in Sila, ci s’incammina per la stradina Maurizio-Timpe–Malisirici che costeggia il fiume Corace fra boschi di castagni, querce, ontani e piante da frutto. Poco più di quattro chilometri per arrivare alla grotta. Una campagna ormai abbandonata da moltissimi anni, i cui ruderi di un vecchio casolare (anni 1920) sono il segno tangibile che anni fa c’era vita, agricoltura e pastorizia. Si prosegue sempre in salita tra la natura selvaggia, verde e panoramica ascoltando il rumore degli sbalzi dell’acqua che accarezza i grossi massi incastrati sul letto del fiume. Il tutto incastonato in una cornice suggestiva con tratti a picco sul fiume. Il rifugio difficilmente individuabile (oggi grazie anche al lavoro degli operai di “Calabria Verde” e volontari è accessibile) è stato ricavato nella parete rocciosa dell’altezza di circa 8 metri e accessibile attraverso una passerella laterale. La grotta dimenticata dal tempo ospitava il capo brigante Pietro Bianco e i suoi venti seguaci. La storia racconta che Pietro Bianco all’inizio era un pastore, un contadino, nato a Bianchi il 30 marzo 1839 da Domenico Bianco (pastore) e Rosa Bianchi (filatrice) e decapitato a 34 anni d’età il 19 settembre 1873 nel vallone di Rovito a Cosenza per essere stato riconosciuto dal Tribunale di Catanzaro colpevole di ben centosette reati contro la proprietà e di centodue contro la persona. Prima di darsi alla “macchia” e diventare un brigante, Michele Chiodo autore di “Patrioti, liberali e ribelli in Calabria” Calabria letteraria editrice a cura del Comune di Bianchi e Fondazione Carical, racconta che Pietro Bianco a 22 anni partì volontario arruolandosi nei Mille di Garibaldi e combattuto a Capua. Ciò sta a significare che nell’animo del Bianco albergavano buoni valori morali e la speranza di migliorare pure la propria esistenza. Una scelta questa, sottolineata da Padula, Misasi e Settembrini. Il destino del “patriota-ribelle” era segnato e avvenuta l’Unità d’Italia, Pietro Bianco deluso e amareggiato si ribellò al ceto dominante e alle leggi, spargendo sangue e morte. Numerosissimi i crimini di cui si è macchiato e il 15 marzo 1866 Pietro Bianco, fu scovato in una grotta in località Colla territorio di Castagna e arrestato, insieme alla sua compagna Generosa Cardamone, anch’essa brigante, dai Carabinieri Reali della Guardia Nazionale. La leggenda di Pietro Bianco è circondata da numerosi episodi come tesori nascosti in luoghi misteriosi (non vi è traccia) e fa del brigante un ” Robin Hood” calabrese, pronto a difendere i deboli dai soprusi dei ricchi. Le gesta del temerario brigante nel tempo sono state cantate da Michele Rizzuto, pastore-poeta di Colosimi.

Pasquale Taverna

Data: 30 agosto 2014.

Nella foto: Giuseppe Scalzo nelle vesti del capo brigante Pietro Bianco durante l’iniziativa di Bianchi.

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