Premio Sila. Rodota: “la questione meridionale? Il ceto politico locale è stato capace di farla diventare una questione di ordine pubblico”

saracenoPOSSO dire che il testo della riforma del Senato è un oltraggio alla lingua italiana? Quando scrissero la Costituzione, e la scrisse gente del valore di Benedetto Croce, ebbero l’umiltà di dire: “Mandiamola a Pietro Pancrazi”, il migliore linguista dell’epoca. Questi invece sono sempre così sicuri…». Stefano Rodotà è stato il protagonista indiscusso anche della serata conclusiva del Premio Sila, che ieri ha visto celebrare la premiazione in un Palazzo Arnone di nuovo pieno di gente, e si è concesso con una generosità addirittura superiore a quella che tutti gli riconoscono e che costituisce un tratto così importante del suo carattere.

A ritirare i bronzetti creati da Paladino per il Premio Sila sono stati il giurista cosentino (Premio speciale alla Carriera), Leonardo Colombati (Premio Letteratura), Chiara Saraceno (nella foto, Premio Economia e Società) e Jason Pine (Premio Sguardo da lontano). A fare gli onori di casa Paride Leporace, che ha subito impresso alla serata un tono intimo, confidenziale, senza però rinunciare a toccare tutte le questioni delicate messe in campo dai libri premiati.

Leporace ha subito informato Rodotà sul risultato della partita di calcio fra Cosenza e Monopoli, ricordando la sua passione intatta per i colori rossoblu, e l’ex parlamentare è stato al gioco, lasciandosi andare a ricordi e rievocazioni in quella che è diventata una lunga dichiarazione d’amore per la sua città natale. Che ha dovuto abbandonare, ha ammesso, per seguire le sue ambizioni intellettuali, ma che ha sempre avuto un posto importante nel suo cuore. «Ricevere questo premio per me è particolarmente importante – ha voluto aggiungere – perché mi sembra, in questo modo, di essere stato finalmente perdonato dalla città che ho “abbandonato” tanti anni fa».

Rodotà ha tenuto banco alternando l’aneddotica umoristica alle parole dure seppur calibrate con cui affrontava le questioni più delicate che venivano affrontate sul palco. Piccoli episodi che già avevano impreziosito a tratti la sua lectio magistralis ma che ieri hanno trovato terreno fertile. Anche perché gli altri protagonisti della serata non sono stati a guardare.

Colombati ha ripreso il filo della nostalgia per la città natale raccontando di come abbia «iniziato ad amare disperatamente Roma solo quando sono andato a lavorare in Inghilterra per due anni». Da allora è la sua ossessione, la musa ispiratrice sempre presente nei suoi scritti e protagonista straordinaria del romanzo con cui si è aggiudicato il bronzetto: “1960”. Ma Colombati è anche puntiglioso appassionato di musica, e su questo argomento – sempre stuzzicato da Leporace – ha duettato con Jason Pine. Lo scrittore americano è stato la sorpresa della serata, vuoi per il suo ottimo italiano, vuoi per il modo in cui ha saputo spiegare il senso del suo bellissimo lavoro: una rappresentazione della Napoli più sotterranea delineata a partire dall’analisi del fenomeno neomelodico. Pine ha parlato di «Antropologia di osservazione partecipante» per spiegare il suo metodo fatto di duro lavoro sul campo. Marta Petrusewicz lo ha premiato lodando la sua libertà dagli stereotipi che spesso opacizzano la nostra capacità critica e che gli ha concesso di «cogliere aspetti inediti della sociologia napoletana».

Pine, forse anche a causa della lingua, è stato l’unico a sottrarsi dal gioco dell’aneddoto che ha fatto sciogliere anche la rigorosa Chiara Saraceno. La sociologa era stata protagonista ieri mattina di una intervista pubblica con Ritanna Armeni, ma nel pomeriggio ha ripreso i suoi temi (il welfare, la difesa dei deboli, degli ultimi) regalando passaggi sulla sua dura esperienza universitaria a Trento, dove in quegli anni nascevano le Brigate Rosse e dove la sua attività politica era diventata oggetto di discussioni in consiglio comunale.

Per rispondere a lei Rodotà ha ripreso la parola e frustato la classe politica calabrese: «Una volta esisteva la Questione meridionale, ma il ceto politico locale è stato capace di farla diventare una questione di ordine pubblico. E’ chiaro che l’orizzonte si restringe, il dibattito si soffoca».

Una serata formale, da red carpet, ma anche un momento di forte partecipazione da parte della città. Dopo i saluti finali il palco è stato circondato da persone che volevano parlare ancora, discutere ancora, confrontarsi ancora. Ma Enzo Paolini, che del Premio Sila è il principale animatore, non ha potuto fare altro che invitarli alla prossima edizione.

Data: 24 novembre 2015.

Fonte: Premio Sila ’49.

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