“La criminalità organizzata nei tempi dell’attualità e della storia”. Recensione di Mauro Giancaspro sul libro Come nasce una mafia

Luigi Michele Perri1Il sito on line Laboratorio sperimentale Giovanni Losardo (www.laboratoriolosardo.it) ha pubblicato “La criminalità nei tempi dell’attualità e della storia”, recensione di Mauro Giancaspro (uno dei più fini intellettuali partenopei, già direttore della Biblioteca Nazionale di Cosenza e della Biblioteca Nazionale di Napoli, cittadino onorario di Cosenza) sul libro “Come nasce una mafia” di Luigi Michele Perri.

IL PRIMO LIBRO sull’omicidio Lo Sardo. Una vicenda emblematica destinata tuttora a spiegare i processi di degenerazione che hanno investito ampi settori della politica e delle istituzioni

Non sappiamo quanto tempo abbia impiegato Luigi Michele Perri (nella foto) a scrivere un libro, “Come nasce una mafia” (ed. Periferia, 1994), che copre un trentennio dagli anni sessanta al vivo dell’attualità. Potrebbe essere stato concluso un giorno prima di andare in tipografia. Il libro può essere suddiviso in tre blocchi: il corpo centrale che copre trent’anni di storia; una premessa di carattere metodologico, di esame generale, e, grosso modo, di chiarimento del quadro della situazione italiana, ma anche, tra le righe della premessa, di chiarimento degli orientamenti che l’autore ha seguito; una conclusione. Una struttura, quindi, apparentemente canonica: introduzione-svolgimento-conclusione.

Mettiamo, adesso, un po’ più a fuoco questa struttura partendo dal grosso blocco centrale, l’esame del trentennio, che possiamo, anzi dobbiamo, suddividere in tre tronconi corrispondenti a tre diverse fasi cronologiche. Diciamo subito che le tre diverse fasi cronologiche hanno comportato tre diversi approcci dell’autore con la materia trattata e tre diversi e possibili ordini di reazione da parte del lettore. Ecco le tre fasce.

Uno. La storia dell’evoluzione mafiosa negli anni sessanta e settanta. E’ l’analisi del dato ormai storico entrato di prepotenza nei libri, anzi in un filone editoriale particolarmente ricco ed impegnato. Qui, in questa fascia, l’andamento è di tipo storico; la riflessione è operata a freddo, a distanza, con le possibilità di comparare e valutare anche altre consolidate analisi. In questa prima sezione è necessaria la puntigliosa meticolosità e l’attenzione dello storico. E Perri ce l’ha.

Due. La cronaca – anni ottanta – differita, meditata e controllata, come si direbbe in linguaggio radiotelevisivo, registrata. Si tratta della cronaca dell’altro ieri fatta “a tiepido” e a distanza ravvicinata su fatti suscettibili ancora di ripensamento, di correzione, se non addirittura di capovolgimento. Per questo secondo momento – quello della cronaca differita -, ci vuole l’equilibrio senza umoralità dell’osservatore che deve rimanere freddo pur manipolando materia ancora calda. Perciò abbiamo detto: osservazione “a tiepido”. In questa seconda fascia è necessario muoversi tra giudizi e opinioni contrastanti, con lucidità e con equilibrio. E Perri ce l’ha.

Terza fase. E’ la cronaca in presa diretta di quanto avviene nei tormentatissimi anni novanta. E’ l’analisi del corrente, dell’attualità lungo percorsi giudiziari ancora aperti. E’ una operazione, come si dice in gergo chirurgico, a cuore aperto. Se nella seconda fase era necessario l’equilibrio freddo senza umoralità, spersonalizzato e tiepido, in questa terza fase la cronaca del corrente deve necessariamente personalizzarsi, forse umoralizzarsi un po’. In questa terza fase è il momento del coraggio della scelta. E Perri ce l’ha.

Dal corpo del libro scaturiscono i tre volti, le tre fisionomie di Perri, che corrispondono ai tre diversi andamenti del corpo centrale del libro. Riepilogando, Perri è di volta in volta: lo storico che studia, registra e trascrive; il cronista che rivisita, riordina e trascrive; l’opinionista che osserva, sceglie e trascrive.

Seguiamo, allora, i tre comportamenti dello storico, del cronista e dell’opinionista evitando di incorrere in errore, nel quale incappa chi parte, nella lettura di un libro, dall’indice e, perciò, dal titolo dei capitoli. Sono tutti titoli di fuoco. Non dimentichiamo che Perri è giornalista. Ha iniziato, ce lo ha ricordato lui stesso, a sedici anni (“Giornalisti a sedici anni”, ed. Due Emme, con prefazione di Antonio Ghirelli). Ed ha una capacità che solo alcuni giornalisti hanno, quello di essere anche titolista. E il titolo, lo sappiamo bene, ha il compito, benemerito in un’Italia nella quale si legge assai poco, di stimolare alla lettura: il titolo, allora, deve essere intrigante, invitante, eccitante, qualche volta clamoroso. Se scorriamo l’indice troveremo titoli fulminanti; se poi leggiamo quanto è scritto all’insegna di quel titolo, scopriremo che Perri è meno aggressivo di quanto il titolo promette.

Veniamo ora alla presentazione dei tre Perri: lo storico, il cronista, l’opinionista. E’ evidente che le tre fisionomie di storico, di cronista e di opinionista prevalgono all’interno delle tre rispettive sezioni, ma naturalmente non vi si possono rigorosamente circoscriverle. Così nella prima sezione è indispensabile il rinvio alla cronaca corrente, così come in quella prevalentemente cronachistica è necessario il richiamo storico. Così, ancora nella terza sezione, quella in presa diretta, nella quale il piglio è quello dell’opinionista, è evidente la presenza, tra le scelte operate dall’opinionista, di stralci cronachistici all’interno dei quali citazioni di fatti e personaggi sono motivati dalla necessità di completezza di cronaca, sulla quale non solo a Perri, ma a chiunque altro è impossibile la formulazione di un giudizio. Le storie della mafia e di quello che noi chiamiamo Mafia, nel libro di Perri, sono due: una che ha le sue matrici nel brigantaggio postunitario, trova le sue formule e i suoi codici in una società rurale del latifondo o in una organizzazione urbana e attraversa varie fasi di repressione o di rinvigorimento, ottiene un suo ruolo nella conclusione del secondo conflitto mondiale nel 1943, si incrocia con le vicende del banditismo di Giuliano, trova delle sue caratterizzazioni regionali; la seconda è più ampia e generale e, per quanto possa sembrare paradossale, nel recuperare le sue radici addirittura settecentesche, si destoricizza, presentandosi come fenomeno più generalmente umano. Per chiarire meglio: se la prima viene studiata e ricostruita da uno storico, la seconda viene studiata e ricostruita dal sociologo o addirittura dal filosofo.

E allora Perri chiama in causa un illuminista milanese, Pietro Verri. Pietro Verri, sottolineando le insidie degli arcana imperii che escludono dalla conoscenza di quanto accade l’uomo comune, il cittadino, auspica la fine del potere dell’uomo e l’avvento del potere delle leggi: innovazione, sottolinea, direttamente o indirettamente, Perri, che stiamo ancora aspettando. L’innovazione non si è ancora verificata per la immortalità di quello che Perri chiama machiavellismo praticone. La lezione di Machiavelli è nota a tutti. La ragion di Stato, celebrata e insegnata nel Principe, è amorale; è cioè cosa che non può riguardare, nella conquista di uno Stato, nel suo mantenimento e nella sua difesa, quello che riguarda la morale. Ma la lezione di Machiavelli non può essere destoricizzata e trasferita dalla necessità di un momento storico, nel quale la guerra è quasi quotidiana necessità, ad un comportamento sovrastorico che da amorale diventa immorale.  Prova ne è, spiega Perri, il fatto allarmante che l’immoralità non è solo di chi ha gestito immoralmente, ma anche di chi si è lasciato gestire, riconoscendo come dote primaria del “gestore” più la “capacita’” che la “moralità”. Due versanti, dunque, tutti e due diacronici: il primo segue le vicende di quel fenomeno chiamato Mafia, che muove dall’eredità del brigantaggio e trova, come abbiamo accennato, le sue peculiari caratterizzazioni in Sicilia, in Calabria, in Campania e in Puglia con specifiche denominazioni; il secondo segue, invece, le linee di un comportamento insito nell’uomo occidentale, si affida a sviluppi extraterritoriali e non assume denominazioni peculiari. Da questo punto di vista è legittima e indicativa l’affermazione di Perri:” Se il Sud è un inferno, il nord non è un paradiso”.

Per definire la Mafia Perri ricorre ad un’efficace espressione del questore di Palermo, Domenico Migliorini:” La Mafia mi fa pensare ad una nube radioattiva, invisibile, micidiale. Appena trova condizioni climatiche e ambientali favorevoli, si condensa e, all’improvviso, precipita. Così, quando meno te lo aspetti, corrode e corrompe. Danneggia, uccide, seminando terrore. Poi, si risolleva, si ricondensa e si sposta per compiere altrove la sua opera funesta e disgregatrice. Non offre la possibilità di essere bloccata, immobilizzate e dissolta”. Le espressioni sono efficaci e riecheggiano quelle di alcuni passi della relazione sullo stato economico e politico della Sicilia che, nel 1838, il procuratore generale borbonico di Trapani, Pietro Calà Ulloa, invia al ministro di Giustizia. La mafia, dunque, sintetizzando in termini schematici quanto Perri analizza, interviene in tre forme:” coinvolgendo nelle sue operazioni, creando complicità; addormentando eventuali oppositori con lo strumento della paura – scrive Corrado Alvaro:” Quando una società dà poche occasioni di mutare stato, o nessuna, far paura è un mezzo per affiorare”; commenta Perri: che il silenzio è alimentato da una sorta di narcosi psicologica sulla reattività del mondo circostante alla Mafia -; intervenendo violentemente quando né il coinvolgimento, né l’addormentamento hanno sortito effetti.

Scrive Perri:” La forza della mafia consisterà, come è consistita, nel ritardare l’uso della violenza e nel praticarlo in estrema conseguenza, come ultimo perfido criterio di persuasione destinato ad assumere, come sempre, il carattere di una generale prevenzione rispetto al mondo che le è ostile.

Per il resto, la Mafia continuerà a nutrirsi della pace circostante, della inerzia, dell’immobilismo e dell’indifferenza”. Nelle due successive sezioni, concatenate tra loro nella seconda parte del libro, prevale il Perri cronista e opinionista. E via via che ci si avvicina alla scottante e controversa contemporaneità aumenta, nelle pagine, la presenza del virgolettato; Perri, allora, diventa l’assemblatore di pareri, di opinioni espresse in televisione o sulla stampa, di esposti, di dichiarazioni, di controdichiarazioni. Da quanto è scritto, descritto e trascritto da Perri, risulta evidente che la Mafia, e quel parallelo e convivente costume che definiamo mafioso, è riuscito ad infiltrarsi in tutte le istituzioni; ma le istituzioni coinvolte non sono state coinvolte in toto; in ognuna di esse c’è quella parte sana che ne è rimasta estranea, che non è stata contaminata o che ha reagito e combattuto.

Chi si avvia alla conclusione del libro intravede la possibilità di un nuovo prossimo libro di Perri, un ulteriore atto, nel quale definire e sistemare quello che in questo libro aspetta ancora una sistemazione storica, una conclusione di indagine, una definizione politica, sociale e giudiziaria, un secondo libro nel quale le parti del cronista e dell’opinionista contenute in “Come nasce una mafia” possano diventare parti dello storico. Nel libro ci sono tre ritmi necessariamente diversi, dovuti al diverso grado di verifica, di accertamento e di datazione dei fatti riportati. Ecco, dunque, cosa suggerisce la impressione di un prossimo nuovo studio e di un nuovo libro: che si torni sulla seconda e terza parte, ripeto, sulla parte del cronista e dell’opinionista con il piglio dello storico. Aspettiamo, quindi, che siano chiariti gli interrogativi che Perri lascia ancora aperti, limitandosi alla citazione, alla virgolettatura, alla fredda trascrizione. Aspettiamo che si chiudano inchieste e, in altri termini, che diventino “storia” anche la seconda e terza parte del libro. Aspettiamo questo nuovo libro che ci sembra di intravedere. Non ci sarà molto da aspettare considerando la velocità con la quale, in questi ultimi tempi, la cronaca si fa storia, e la laboriosità stupefacente di Luigi Michele Perri.

L’attuale libro di Perri è uno strumento di lavoro e di informazione. Il prossimo sarà non solo quello della sistemazione degli interrogativi lasciati in sospeso, ma anche quelli nel quale, accanto all’accertamento, su quello che certo ancora non è, troveremo annotati anche i segnali della ripresa. (Mauro Giancaspro)

Data: 21 dicembre 2015.

Fonte: Laboratorio Sperimentale Giovanni Losardo.

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