Giornata della Memoria 2016. Il roglianese Mario Fortunato Gelli deportato a Mauthausen, una storia inedita *

Gelli Mario ts

*di Giovanni PETRONIO

FU PRIMO Levi deportato ad Aushwitz a 24 anni, a dire in riferimento alla tragedia della Shoah che: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Per l’autore di “Se questo è un uomo” descrivere l’orrore dei lager divenne un vero e proprio bisogno, un imperativo categorico, sia per rendere omaggio ai sommersi che non vi sopravvissero e sia per essere testimonianza dei (pochi) salvati; cioè di coloro che nonostante le ferite nel corpo e nello spirito riuscirono a tornare. Lui dichiarò di essere sopravvissuto per: dinamiche legate alla fortuna, (era un chimico e questo gli ritornò utile); sia per un fattore linguistico (e cioè sapeva il tedesco e quindi era in grado di comprendere e farsi comprendere); e infine l’importanza di aggrapparsi ad un credo (non necessariamente religioso ma anche politico o filosofico).

Le parole di Levi ci esortano a conoscere quello che è stato, quello che nella civile e sviluppata Europa fu perpetrato! E solo conoscendo che si può ricordare (e non il contrario!), e ricordare è un dovere necessario e un obbligo morale al tempo stesso. Il solo fatto di renderlo tale, però, non potrà mai farci comprendere ciò che è, de facto, l’inenarrabile; ma, almeno, ci indurrà (forse), a riflettere e a non cadere nell’indifferenza. Essa difatti è ancora più brutta della violenza (come dice Liliana Segre, altra deportata ad Aushwitz), perché può uccidere più di una lama tagliente.

La Shoah è il più grande genocidio di tutti i tempi, ma, sappiamo cos’è un genocidio? Il termine fu inventato ad hoc da Raphael Lemkin, un avvocato ebreo della Polonia, che unì il prefisso ghénos, (che deriva dal greco e significa razza-stirpe) con il suffisso caedo, (che deriva invece dal latino e significa uccidere) e per la prima volta utilizzato durante il processo contro i criminali nazisti a Norimberga, dal Tribunale Militare Internazionale che si era là costituito per punire i criminali nazisti. Il concetto di genocidio fu giuridicamente disciplinato dall’ l’Assemblea delle neonate Nazioni Unite, 11 dicembre del 1946, con la risoluzione numero 96-1, che entrò poi in vigore il 12 gennaio del 1951. L’articolo II cita testualmente che: “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”. All’articolo III viene specificato che: “saranno puniti i seguenti atti: a) il genocidio (vero e proprio); b) l’intesa mirante a commettere genocidio; c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio; d) il tentativo di genocidio; e) la complicità nel genocidio”. L’articolo IV afferma che: “le persone che commettono il genocidio o uno degli atti elencati nell’articolo III saranno punite, sia che rivestano la qualità di governanti costituzionalmente responsabili o che siano funzionari pubblici o individui privati”. Significa che saranno puniti coloro che commettono tale crimini e anche coloro che incitano o si rendono complici di tali efferatezze, attraverso una vera e propria intenzione genocida, cioè il desiderio di annientare.

Quando si parla del 27 gennaio si dovrebbe sempre di più sottolineare di quanto il paradigma di italiani brava gente sia da demolire. Sembra essere quasi un mito che noi italiani, non prendemmo parte a questo massacro ma, che furono altri a perpetralo. Come se noi dalla finestra guardammo gli altri agire e non prendemmo parte alle razzie, alle violenze, ecc. Niente di più sbagliato! Una minima percentuale di colpe dobbiamo assumercele, ma, facciamo chiarezza. Per quanto concerne la galassia dei campi di sterminio essi chiaramente non furono costruiti sul suolo italiano ma, vale la pena ricordare altri e ignobili particolari. In primis che, le leggi razziali (contro una presunta razza inferiore), le facemmo pure noi “brava gente”, nel 1938. Queste disposizioni, altamente discriminatorie, limitarono fortemente le libertà degli ebrei italiani; a migliaia di persone fu tolta la possibilità di condurre una vita normale, di andare a scuola, di lavorare, di fare qualsiasi cosa! Noi italiani, (così brava gente), facemmo pure un censimento indirizzato a stabilire esattamente quanti ebrei si trovassero nella penisola. In secundis, migliaia, poi, furono pure gli ebrei, (ma anche partigiani), catturati o segnalati da fascisti o dal neonato esercito salodiano e per questo deportati nei campi di concentramento e sterminio nazisti! I membri di queste formazioni erano italiani, non di certo tedeschi!

Importante è anche sottolineare un altro aspetto ignorato da sempre, e cioè di come nostri concittadini calabresi, poco meno di 300, furono deportati nei campi di concentramento, il 50% dei quali non ritornò a casa. A questo proposito, in attesa di rendere nota, tra non molto tempo, la ricerca sui deportati calabresi sulla quale sto lavorando da anni, vi racconterò la storia del roglianese Fortunato Gelli, deportato e sopravvissuto a Mauthausen.

Mario Fortunato Gelli nacque il 4 luglio del 1915 a Rogliano (nella foto, sopra, l’originale dell’atto di nascita conservato negli archivi del Municipio), figlio di Emanuele Domenico e della signora Francesca Margheri, aveva conseguito la IV^ elementare, che per l’epoca non era certo un risultato mediocre. Mario però fu chiamato alle armi, (dati recuperati dal suo foglio matricolare), con la matricola 41060, per prestare il servizio militare e il 7 ottobre del 1936 giunse a Napoli. Il 16 marzo del 1937 pur avendo titolo alla ferma minima, venne “ossequiato a mesi sei”, perché “mancava di requisiti premilitari” e mandato in congedo illimitato provvisorio. Mario poi: “ha risposto alla chiamata di controllo in tempo di Guerra, indetta con circolare numero 275”, giunse quindi al Distretto Militare di Roma, il 17 settembre del 1942. Successivamente nel corso della guerra fu arrestato a Roma e deportato verso il campo di concentramento di Mauthausen campo-mauthausen2(nella foto dalla Rete, a sinistra, ph Cpl Donald R. Ornitz, US Army)  il 13 gennaio del 1944. Roma già all’indomani della firma dell’Armistizio venne occupata dalle forze naziste che su tutto il territorio attivarono i loro brutali metodi. Mario partì per l’esattezza con il trasporto numero 16 da Roma, il 5 gennaio 1944, con 257 deportati. Appena arrivato al campo gli fu data la matricola numero 42099 e fu classificato politico; alle guardie del campo dichiarò di fare lo stuccatore. Il campo venne aperto nell’agosto del 1938, era lì presente un’enorme cava di granito, dove i deportati furono costretti a prestare il loro lavoro forzato. I deportati nel campo di Mauthausen aumentarono nel 1943, arrivando a quota 25.000 mila, per poi triplicare nel 1944 a 70.000. Ebbe circa 200.000 prigionieri, circa 100.000 i morti. Gli italiani deportati furono 13.455 prigionieri politici, di cui 6.615. Mario, successivamente fu trasferito in un sotto campo di Mauthausen, cioè a Gusen, (dove si trovavano le fabbriche dell’industria bellica); e lì che fu liberato dagli americani il 3 maggio del 1945. Successivamente abbandonò Rogliano e la Calabria, trasferendosi altrove. Questa è una delle tante storie che prestò avrò modo di raccontare.

Data: 27 gennaio 2016 – Giornata della Memoriaper non dimenticare ciò che è stato …

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