Un roglianese alla Battaglia di Lepanto (1571). La scoperta in una ricerca del giornalista e scrittore Luigi Michele Perri

Battle_of_Lepanto_1571UNA RICERCA storica di Luigi Michele Perri ha riportato alla luce la partecipazione di un roglianese alla Battaglia di Lepanto (a sinistra, in un vecchio dipinto), il più grande conflitto mai avvenuto nel mar Mediterraneo. Si tratta del capitano Marcello Mainardi (cognome che, in epoca successiva, si è probabilmente trasformato in quello di Minardi).  La notizia è venuta fuori da una ricerca che ha riguardato la risposta di migliaia di volontari calabresi all’appello formulato da Papa Pio V, che favorì la formazione di una Lega cristiana contro l’islamismo rappresentato dagli Ottomani. Il nome di Mainardi figura come roglianese illustre nelle opere storiografiche di Tommaso Morelli, e in quelle successive, più circostanziate, di G. Valente e U. Nisticò. Il saggio di Perri è stato pubblicato, di recente, sulla pagina culturale regionale di “Gazzetta del Sud”.

Qui di seguito, il testo del giornalista e scrittore Luigi Michele Perri.
L’Europa occidentale, a cominciare da quella mediterranea, fu sul punto d’essere islamizzata. Qualora, nel 1571 (domenica, 7 ottobre), gli Ottomani avessero battuto la Lega Cristiana nella Battaglia di Lepanto, il processo espansionistico turco avrebbe subito un’accelerazione senza ostacoli sino ad involgere da sud il resto del continente entro tempi strategici più funzionali ai suoi obiettivi. Le contingenti ragioni geopolitiche (egemonia nel Mediterraneo attraverso la conquista dell’isola di Cipro) alla base del conflitto si trasformarono ben presto nelle cause ispiratrici di una vera e propria Crociata per effetto dell’intervento del papa, Pio V. Fu proprio questo spirito di scontro di civiltà, alimentato dal pontefice di Roma, a creare, in Italia e, soprattutto, nella sua area meridionale, un clima di mobilitazione che investì in pieno i potentati locali, subito attivi a dar manforte alla alleanza. Il reclutamento delle forze calabresi fu fissato per tempo a Reggio e a Tropea. Determinanti compiti di avanscoperta furono affidati proprio ad un calabrese, Cecco Pisani di Belvedere. Le sue ricognizioni valsero ad informare i comandi supremi della Lega sulla consistenza e sui movimenti delle navi nemiche. Pisani, che combatté sulla ammiraglia di Francantonio Colonna, poi viceré di Sicilia, guadagnò abbondanti benemerenze sia per la sua attività di esplorazione preparatoria della spedizione, sia per il suo coraggio in battaglia. Tre galee furono armate da Gaspare Toraldo, appartenente a casato partenopeo e tropeano, barone di Badolato, che, per conto della Repubblica di Venezia, arruolò oltre mille volontari, tra i quali Francesco Portogallo, Cesare Galluppi (capitano dei corazzieri di Filippo II), Giovan Tommaso di Francia, il capitano Stefano Soriano, esponenti dei Fazzari, dei Barone, dei Carrozza. Due galee reggine furono allestite da Giovan Paolo Francoperta, aristocratico di Pentedattilo, e dai nobili Parisio, Gaspare e Matteo. A bordo, componenti dei casati de Cicco, Galimi, Bosurgi e Geria. Come riferiscono G. Valente, U. Nisticò, M. F. De Pasquale, si diressero verso la baia di Lepanto altre galee e imbarcazioni con: Vincenzo Passacalò da Seminara; Millo da Melicuccà; Nicola Maria Carnevale da Stilo; Ferrante Falletti, Bernardino Coco, Giovan Giacomo Comperatore, il conte Vincenzo Marullo da Condojanni, feudatario di Bovalino. Una galea fu armata a Caulonia. Si arruolò anche Giovan Ferrante Bisballe, conte di Briatico, che poi morì in battaglia. Da Francica partì Camillo Comercio, fratello del medico personale del re di Spagna. Tra gli altri catanzaresi, Francesco De Riso. Volontari s’imbarcarono a Napoli da Amantea, con Scipione Cavallo e Matteo Ventura. Ancora dalla provincia di Cosenza si mossero i principi di Bisignano e quelli di Scalea. Dal Cosentino, Flaminio Merenda, alfiere di fanteria; il capitano di Rogliano, don Marcello Mainardi; ed ancora, il cosentino Prospero Parisio e il coriglianese Giovan Berardino Grandopoli. A Lepanto combatterono, secondo gli storici, circa quattromila calabresi, una cifra che diede il senso della capacità di mobilitazione dei potentati locali, ma anche quello della spinta volontaristica di partecipazione ad una coalizione, che, oggi, evoca un po’ i primi sforzi unitari dell’Europa nel segno delle sue radici cristiane e in opposizione alle mire dell’islamismo, da sempre aggressive nei confronti degli “infedeli”.

Data: 08 marzo 2016.

Fonte: Gazzetta del Sud (Luigi Michele Perri).

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