Il ruolo del pedagogista nella scuola contemporanea. Bisogni educativi e cambiamenti epocali *

*di Maria Simona GABRIELE

TRA LA META’ dell’Ottocento e la fine del Novecento (anni che hanno visto la società cambiare ed aprirsi verso nuove frontiere culturali) anche il discorso educativo subisce profondi cambiamenti. La scuola, o meglio l’istruzione diventa un diritto, per tutti. I cambiamenti politici mettono al centro dell’attenzione l‘importanza della scolarizzazione accessibile ad ogni uomo di qualsiasi estrazione sociale. L’educazione passa anche e soprattutto dalla scuola, ponendo cosi la pedagogia ad una profonda riflessione. La pedagogia è una disciplina complessa che abbraccia diversi ambiti disciplinari; tra cui la psicologia, la sociologia e l’antropologia. Viene da se pensare per cui la pedagogia ha a cuore l’intera formazione dell’uomo. Lo accompagna fin dia primi anni di vita e termina nella fase più matura della sua esistenza. Possiamo affermare che questa disciplina non ci abbandona mai. Essa ci insegna, ci educa, ci plasma e infine ci fa capire la bellezza e la complessità dell’uomo intento a formarsi e ad evolversi giorno per giorno. Il sapere è all’origine di tutto. E’ l’arma di sopravvivenza indispensabile all’uomo, il sapere unisce e ci allena alla condivisione. Sapere significa domandarsi, porsi delle domande implica che l‘uomo sviluppa il proprio pensiero critico e afferma la sua personalità.

Già nell’antica Grecia maestri come Socrate avevano intuito l‘importanza della conoscenza nella vita dell’uomo, con il famoso motto “Io so di non sapere”. A ciascuno di noi spetta un maestro, e come dicevamo poc’anzi Socrate lo aveva già individuato attraverso il metodo socratico “ l’arte della maieutica” – che letteralmente significa tirar fuori. Quindi più che all’insegnamento è rivolto alla consapevolezza del proprio intelletto, delle nostre potenzialità. La scuola ha subito molte trasformazioni, gli allievi di ieri non sono più quelli di oggi, cosi come maestri di ieri, e molto probabilmente in futuro sempre più cambiamenti ci attendono. Oggi potremmo dire che insegnare non basta. E forse al pedagogista spetta proprio questo ruolo della consapevolezza, di cui ciascuno di noi deve prenderne parte. Ogni individuo coinvolto in un processo di formazione deve saper cogliere tutte le sue sfaccettature, e i suoi limiti. È un ruolo complesso quello della pedagogia, che spesso si confonde nelle diverse linee di pensiero che la coinvolgono, dove a volte è la protagonista indiscussa di uno scenario culturale e sociale attualmente tanto variegato quanto confuso e altre volte sembra passar in secondo piano dando poco spazio, circa il ruolo del pedagogista e del suo intervento.

Del resto una nave senza timone è destinata ad affondare. L’insegnante che trasmette il suo sapere, la sua disciplina, deve tener conto di un lavoro ben preciso che può mettere in atto insieme al pedagogista, non solo per l’allievo ma anche per l’adulto. Oggi sentiamo molto parlare di abbandono scolastico, dispersione e della didattica dell’inclusione. Mi rivolgo alla pedagogia speciale rivolta alle disabilità intellettive di alunni con problematiche di apprendimento, una disciplina che ha dovuto farsi strada, che ha apportato numerosi vantaggi all’istituzione scolastica tutelando il diritto alla studio, di chi necessita di un percorso didattico rivolto appunto all’inclusione, abolendo ogni forma di razzismo, verso chi nasce con delle diversità e che invece sono rappresenta un momento di confronto e di arricchimento non solo per gli adulti ma anche per la formazione stessa dell’allievo. Un tempo era impensabile pensare che un allievo con delle difficoltà, potesse raggiungere una propria autonomia ed interagire o andare avanti con il resto della classe, oggi invece deve e può essere affiancato ad un esperto, che sia capace attraverso metodi didattici specifici, di far recuperare la propria autonomia e le proprie doti intellettuali. Da questo punto di vista la scuola sembra ancora dover lavorare molto, abbattendo un po’ l quella diffidenza di base nei riguardi di queste nuove figure professionali, che spesso stranamente al contrario quanto si pensi, riceve maggiore accoglienza negli ambiti non prettamente scolastici .

Proprio perché la società oggi è più evoluta e gli strumenti educativi a disposizione potrebbero dare molto di più, un percorso formativo del genere può trovare maggiore spazio, ricordando però che in alcuni ambiti specifici delle problematicità, nulla può sostituire “l’esercizio”. La mente non deve impigrirsi, la nostra memoria è un tesoro che va custodito e alimentato perché l’avvento delle tecnologie ha portato a dimenticare, e erroneamente a considerare come obsoleti quei meccanismi indispensabili per lo sviluppo della creatività, e facilitare l’apprendimento. Chi legge, chi sperimenta, chi costruisce il proprio metodo, ha maggiori possibilità di emergere, anche negli ambiti delle disabilità intellettive. Ed è per questo motivo , che io in quanto da sempre interessata alla pedagogia, e alla formazione dell’uomo ,e negli ultimi anni particolarmente indirizzata verso il mondo delle disabilità , ritengo che il pedagogista debba intervenire.

Bisogni educativi speciali, dinamiche comportamentali disfunzionali, esigenze e fatiche genitoriali, oggi non possono passare in secondo piano, anche gli stessi insegnanti hanno bisogno di essere supportati. Questo e tanto altro spetta all’educatore o al pedagogista, che può migliorare la qualità di vita e rieducare anche la stessa istituzione scolastica . Perché l’educazione e la crescita personale ricordiamoci non hanno mai una fine.

Data: 07 maggio 2019.

 

 

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