Marco Ciconte racconta “La collina d’oro”. Nuovo libro per lo scrittore crotonese

La collina d‘oro (Aporema Edizioni) è il titolo dell’ultimo e affascinante romanzo di Marco Ciconte in cui e’ narrata la storia di una famiglia di contadini calabresi che lotta con la speranza di veder fiorire la nostra terra.

Marco Ciconte (Cutro, 1964) ha svolto la professione forense per 28 anni. È tra i soci fondatori dell’Associazione culturale Sincope (1988-1989), della ASD Pallavolo Cutro (1989-2017) in cui ha rivestito il ruolo di segretario, di direttore generale e di presidente; dell’Associazione culturale Terra Mia (2008-2014), di cui è stato coordinatore; dell’associazione culturale Itaca (2016), della quale è componente del Consiglio direttivo. Dal 2005 è volontario A.I.R.C.  Dal 2009 al 2016 ha organizzato e curato a Cutro le edizioni annuali di “Ricordo, dunque esisto” giornata in memoria delle vittime di mafia.  Partecipa alla promozione dell’attività teatrale tra gli alunni della scuola primaria. Sin dall’adolescenza spicca la sua passione per la scrittura che lo porterà ad abbandonare la sua professione, di cui lo stesso autore dichiara di non essersi pentito. È stato redattore de Il Paese (1994-1996); corrispondente de Il crotonese (1998-2016) e di Calabria Ora (2006-2007); editorialista di Cutroweb (2011-2013) e autore di poesie e di canzoni in lingua italiana e in vernacolo. È particolarmente attivo nella drammaturgia: uno dei suoi reading, Così vivi, è stato inserito nell’ambito degli eventi teatrali organizzati a Roma per “Contromafie 2014”. Per il teatro civile ha scritto anche Natale in casa Mafiello, Il pane rubato, E non c’è niente da ridere, La voce del passato, Il nome di Dio invano, Medea anima divina, Cinquantasette, oltre ai monologhi Io e lui e Quella volta che sono morta, tratto dall’omonimo racconto di Cetta De Luca. Per la narrativa ha pubblicato Romanzo nascosto (Watson, 2015), Storie contro storie (Bookabook, 2018), insieme alla giornalista Giovanna Calvo, La collina d’oro (Aporema, 2018), al cui adattamento teatrale sta attualmente lavorando.

Nelle pagine di quest’ultimo lavoro Ciconte evidenza alcuni concetti fondamentali, storie semplici che spiegano quello che ancora oggi accade. Un dispiegarsi di eventi scorrevoli ed intensi che pongono il lettore ad una profonda riflessione, e che sembrerebbero lontanissime forse apparentemente cosi lontane dai giorni nostri, e che invece ma come ora sembrano raccontare un presente e un futuro che si ripete. Quel destino dell’emigrazione di cui il Meridione non riesce a scrollarsi, ma anche il forte richiamo alle proprie radici per una terra che si fa amare odiare al contempo. La collina d’oro non è solo la storia di un personaggio o più personaggi, è un po’ la storia di tutti quei calabresi le cui origini affondano nella cultura contadina.

Sfogliando queste pagine incontriamo Peppe Belcastro, uno dei personaggi cardine, che se vogliamo racchiude l‘essenza del racconto. Nasce agli albori del Ventennio in un piccolo paese del Marchesato crotonese, in un giorno destinato a farsi ricordare e scriverà la storia del suo destino e dell’Italia intera. Nasce bracciante, perché figlio di bracciantì. Nasce povero in una terra in cui tutte le ricchezze appartengono alle poche mani, che diffamano chi cerca di costruire un futuro onesto. L’unica speranza di salvezza sembra provenire dalla leggenda secolare di una collina considerata magica da tutti i contadini, ma che nessuno ha mai visto e nessuno sa dove sia. Per quella collina Peppe Belcastro lotterà per tutto l’arco della sua esistenza il corso che poeterà il protagonista a viere una vita travagliata, segnata dai mutamenti economici e sociali del Novecento e accumulando sconfitte e delusioni, ma sempre alla ricerca di nuovi punti di riferimento per non far spegnere dentro di se la speranza di ripartire. In punto di morte e in un nuovo millennio, solo e abbandonato dai figli che lo ritengono ormai un vecchio pazzo, scoprirà che i suoi sacrifici non erano stati vani.

Lo stesso autore si pone delle domande , che ci portano alla conclusione di come questa terra sembra non uscirne vincente da questo impasse: “ho “deciso” – dichiara Ciconte – di rimanere al sud e per il riscatto delle sue ragioni mi sono sempre battuto. Credo ci sia bisogno di riscoprire la questione meridionale, messa in soffitta da 25 anni in nome di una paradossale questione settentrionale. Ecco perché il tema della riscoperta delle nostre origini contadine e di quelle comuni sofferenze mi sembrava assolutamente moderno: penso che sia necessario, prima di tutto, fare opera di memoria storica e riannodare i fili che aiutano a ritrovare le nostre comuni radici. Gli altri punti interrogativi che mi sono posto sono questi: come siamo cambiati dall’inizio della seconda ondata migratoria? Sono stati davvero anni di riscatto? Ci sentiamo ancora migranti? Abbiamo davvero fatto tutto ciò che occorreva per la nostra terra? Infine, quella fatidica domanda che le nuove generazioni si pongono: è ancora possibile un futuro al sud? La collina d’oro è la storia di questa incertezza e di questa rabbia che continua a segnare le nostre vite, che ci fanno pensare come citava una famosa canzone di Modugno … Io vado via amara terra mia, Amara e bella. Si perché da questa terra non si parte, si scappa. Un territorio fantastico diviso tra il mare e le montagne che sembra esser destinato sempre di più a spopolarsi e a vedere andar via i nostri figli, costretti spesso a metter radici altrove, per un futuro che possa dare più certezze. Ma se questa la collina d’oro fossimo tutti noi ? O più semplicemente il ritorno di una generazione pronta davvero a voler cambiare la propria storia e a lottare per riscrivere una storia migliore?”.

Maria Simona Gabriele

Data: 20 giugno 2019.

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