Tropea, nel 50° della morte del Venerabile don Francesco Mottola, la celebrazione presieduta dal Vescovo Renzo

RIPORTIAMO l’omelia integrale del vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea (mons. Luigi Renzo, ndr) per la messa per il giubileo dei sacerdoti alla quale ha partecipato anche il vescovo emerito di Lametia monsignor Vincenzo Rimedio e il Postulatore don Enzo Gabrieli. Presenti anche le autorità cittadine e l’ordine cavalleresco costantiniano di san Giorgio.

<<Rivolgo un saluto ed un ringraziamento al Sindaco, alle autorità e a tutti voi per la partecipazione a questa celebrazione. Un saluto ed un augurio singolare per la circostanza alle famiglie oblate del S. Cuore e a tutti i Sacerdoti e Religiosi presenti. E’ un giorno particolare per diversi motivi.

Innanzitutto per la solennità liturgica che celebriamo, quella dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, le due colonne della Chiesa, ma poi anche per i 50 anni del Pio Transito del Venerabile don Francesco Mottola da questa terra al cielo il 29 giugno 1969 e, nel contesto dell’Anno Mottoliano in corso, per il Giubileo dei Sacerdoti della diocesi. Tanti motivi, quindi, per esprimere la nostra gioia e la nostra gratitudine prima di tutto al Signore.

Le letture della Messa sono centrate ovviamente sulla festa dei Santi Apostoli. La prima (At. 12,1-11) ci parla della persecuzione scoppiata contro i cristiani a Gerusalemme ad opera di Erode, che volle così accattivarsi il favore dei Giudei. Tra le vittime c’è anche Pietro che viene chiuso in carcere, ma che, come abbiamo sentito, viene liberato miracolosamente da un angelo restituendolo così alla comunità preoccupata ed in preghiera per lui.

Nella seconda, Paolo, ormai provato dalla vita, scrive al discepolo Timoteo (2Tm. 4,6-8ss.), per testimoniargli come la sua missione sia stata un combattimento continuo, ma “Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza”. Quasi a dire che chi confida nel Signore non resta deluso.

Il brano del Vangelo (Mt. 16,13-19) è la consacrazione di Pietro a guida suprema della Chiesa: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”, ponendo così Pietro quale garante dell’unità di tutta la Chiesa. E’ un atto grande di fiducia con cui Gesù, malgrado le debolezze passate, premia la fede di Pietro, che davanti a tutti gli altri riconosce il Maestro come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. L’apprezzamento di Gesù è illuminante: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Pietro sarà l’elemento di solidità e di coesione nell’assemblea dei credenti, nell’ekklesìa.

Il ruolo ed il compito di Pietro e dei suoi successori sono inconfondibili ed è simbolicamente e plasticamente suggestivo come don Mottola sente il suo rapporto con Pietro ed in lui con il suo vescovo, padre della diocesi. E’ lui stesso a raccontare come ogni qualvolta entrava in S. Pietro a Roma, per prima cosa, in segno di sottomissione e di obbedienza, andava a mettersi con la testa sotto la grande statua di bronzo del primo Papa, posta davanti all’altare delle Confessioni proprio sulla sua tomba. A qualcuno può far storcere il naso, ma è rivelatore di un uomo innamorato della Chiesa e della Gerarchia, in cui serve disinteressatamente il Signore.

Cinquanta anni fa, come ricordavo, il 29 giugno 1969 don Mottola lasciava questa terra per trasferirsi in cielo, circostanza per la quale Papa Francesco ci ha concesso l’Indulgenza giubilare, di cui anche oggi ci avvantaggiamo. Siamo nel giorno centrale di questo anno giubilare, per cui quale occasione più bella che ritrovarci tutti qui i Sacerdoti della diocesi per il nostro giubileo speciale. Mi dispiace per chi, per vari motivi, non ha potuto essere presente.

Il legame di don Mottola al Sacerdozio ed ai Sacerdoti è stato sempre straordinario e fecondo per chiunque lo abbia avvicinato. Solo qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 5 aprile 1924, il giovane Mottola ebbe a scrivere nei suoi propositi spirituali: “Gesù, divino Maestro, coronami pure di spine, ma fa che io ti ami: ti vorrò bene sempre anche … nell’inferno; ma no, Gesù, io ho bisogno di te ora e in eterno, ho bisogno di amarti solo. In questo grido: “Amarti solo!” chiudo la mia serata, nascondendomi nella tua piaga del Cuore, per non uscirne mai. Signore voglio essere santo. Signore, fammi sacerdote santo, per non essere ammirato, ma per amarti assai, assai”. (cf. Briciole di spiritualità sacerdotale, 1994, p. 20).

Già da questo primo accostamento al Sacerdozio possiamo renderci conto del calibro spirituale del nostro venerabile, proponimento a cui è rimasto perennemente fedele, caratterizzando il suo apostolato sacerdotale in un servizio ecclesiale sempre creativo ed innovativo, senza ipocrisia. Ne sono prova le numerose Opere e Case di Carità da lui fondate o ispirate, gli Istituti di consacrazione sacerdotale e laicale (le tre famiglie oblate), oltre all’apostolato quotidiano sempre intenso anche e soprattutto dopo essere stato colpito nel giugno 1942 dalla grave forma di paresi, che lo costrinse in casa fino al suo pio transito 50 anni fa.

Solo due mesi prima della malattia, il 16 aprile 1942, ci ha lasciato quasi come testamento questo grandioso scritto rivolto ai Sacerdoti della Calabria: “Cristo Regni! In quest’ora in cui sento più dentro nel cuore la croce, il mio pensiero corre a voi sacerdoti: divina speranza della Chiesa in Calabria. E’ più che mai necessario che Cristo regni, in questo nostro secolo, rosseggiante di sangue nel buio (siamo in guerra), che ognora incupisce. E’ urgente che i semi di fiamma risplendano di luce! Soltanto il Sacerdozio può far questo: voi, se crocifissi, moltiplicherete le virtù del Crocifisso. Ecco perché vi chiedo di prepararvi al Sacrificio della Messa con la vostra piena immolazione in Cristo: con Lui sarete Sacerdoti e vittime, ostie con l’Ostia, e il mondo sarà per virtù di Cristo ancora salvo…. Siate umili e forti: cominciate ogni giorno la vostra trama di Carità, così in ogni tramonto guarderete all’aurora, che sarà sempre vostra, e sora morte vi lancerà nei cieli… Vogliamo un rogo di anime tra il Pollino e l’Aspromonte: su una montagna bruna che sovrasta l’Isca, mi par di vedere i bagliori di S. Francesco di Paola: è l’aurora? Preghiamo: nell’attesa vi benedico tanto più per quanto più darete!”. (cf. Lettere Circolari, in “Opera Omnia”, vol. I, Soveria Mannelli 1994, pp. 20-21).

Dopo questa onda lunga di risonanza mottoliana, in questa giornata “pietrina” mi piace concludere con un passaggio dell’esortazione rivolta da Papa Francesco ai Sacerdoti in Marocco lo scorso marzo: “<Andate e predicate il Vangelo: se fosse necessario, anche con le parole (ha richiamato un’espressione di S. Francesco d’Assisi)>. Questo significa, cari amici, che la nostra missione di battezzati, di sacerdoti, di consacrati, non è determinata particolarmente dal numero o dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità che si ha di generare e suscitare cambiamento, stupore e compassione; dal modo in cui viviamo come discepoli di Gesù, in mezzo a coloro dei quali noi condividiamo il quotidiano, le gioie, i dolori, le sofferenze e le speranze (cf. Gaudium et Spes, 1)”. La nostra testimonianza passa “attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri”. L’esempio di don Mottola in questo ci offre un ottimo quadro di riferimento.

Nel congedarci fra poco dalla celebrazione, portiamoci dietro l’amore e la benedizione del Signore, che possano scendere abbondanti su di noi e sulle nostre comunità per intercessione della Madonna di Romania e del venerabile don Francesco Mottola. Così sia.

Data: 02 luglio 2019.

Fonte: ‘Parola di Vita’.

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