La vera rivoluzione è essere opera libera. Breve riflessione su “Il diritto alla felicità” di Rocco Scotellaro

Il diritto alla felicità

“E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivii.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d’esistenzialismo
giovani malati come te di niente.
La nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d’estate,
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all’Uomo che saremo”.
Giovani come teScotellaro

Con questi versi, lo scrittore, poeta e politico italiano, Rocco Scotellaro, racchiude in ferventi immagini, l’attuale condizione giovanile. La società, sin dai suoi albori, ha sempre imposto consuetudinarie battute di vita, scandite da strade che bisogna necessariamente percorrere per raggiungere mete, senza le quali, si cade nel baratro del fallimento personale e della nullità del valor proprio. Se la strada non fosse refrattaria, con ciottoli impossibili da scansare? Se durante la corsa, al rialzarsi da una caduta, oppure al semplice gesto di voler prendere fiato, capissimo, come illuminati da una vocatio trascendentale, che la caduta ci ha cambiati, o anche che l’aria aleggiante nella strada, non è quella adatta alla sacca dei nostri polmoni?

Ci vuole coraggio ad imporre la propria volontà, dopo essersi lavati dall’appiccicaticcio dei gas del manuale naturale dell’essere persona esemplare. Ci vuole forza a resistere alla prepotenza di un inconscio che vuole risalire dai canali della luce.

Discutibile diventa, la garanzia di libertà dell’uomo. Nella molteplicità della scelta di possibilità d’essere, vi è celata, una classificazione delle attività meritevoli di considerazione esemplare. Certamente, non mi riferisco a scelte del comportamento in termini di liceità. Ordine pubblico e buon costume sono e devono essere in auge al nostro agire. Abbandoniamo l’ipocrisia, per un solo istante, vestiamoci di verismo: qual è l’attività giudicata insigne? Quella del professionista affermato, o quella di chi sceglie di inseguire la propria natura, esercitando il lavoro manuale? La risposta credo sia retorica, nella stragrande maggioranza del pensiero comune. Mi chiedo ancora, in quanti siano abbastanza emancipati, da poter convincersi, che ci sono casi in cui, un “pover uomo”, sia molto più dotto ed erudito, di un “rinomato cultore”; siamo in pochi, pochissimi.

Vestirsi di stracci, non è essere mediocri. Essere mediocri è non essere liberi. Abbandonare le mura della noia che blindano le passioni è roba da eroi. Bisogna che si sopporti la paura della banalità, della rinuncia, del voler restare in scena, senza ipocrisia. Bisogna inventarsi ad ogni ciottolo di strada che ci intralcia. Bisogna abbracciare la propria natura. L’essere carne va difeso; non ci saranno altre corse. La strada perfetta non esiste; la luna nel pozzo è impossibile da afferrare. Possibile è pensarsi migliori di fronte ad una libertà che danza a ritmi di vibrazioni d’anima. Vestiamo quelle vibrazioni. Che ci credano pure matti e inabili, l’inaudito deve essere inseguito. Ascoltiamo l’avvelenata di Guccini, leggiamo Scotellaro. La vera rivoluzione è altezza di pensiero; è voglia di scegliere. La vera rivoluzione è essere opera libera.

Giuseppina De Marco

Data: 08 gennaio 2020.

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