L’Italia nei calcoli del Bunderskanzleramt o nelle mani degli Italiani? *

di Roberto BEVACQUA *

L’IMPATTO economico indotto dal Covid 19 ha prodotto enormi costi nella fase acuta della epidemia e con tutta probabilità ne causerà molti altri sia nella fase di uscita (?) che in quella della ripresa estiva, ma le variabili, a cui si legano gli effetti già verificatisi e quelli che stanno maturando, in funzione anche delle scelte e delle azioni – caratterizzate spesso da incertezze e contraddizioni – intraprese dal Governo, sono al momento difficilmente valutabili sia nella loro dimensione assoluta che in quella prospettica.

L’indeterminatezza sulla specificità degli  interventi della Comunità Europea, utili ad affrontare in modo sistemico e solidale i danni dell’epidemia, ha rafforzato le basi di una frattura già in essere tra i Paesi dell’area meridionale – Italia, Spagna e Francia in primis – già critici con  la gestione austera dell’area euro imposta dal  Bunderskanzleramt, e i paesi del blocco del Nord Europa guidati dal cancelleriato teutonico. La crisi delle economie europee provocata dal Coronavirus è uno shock esogeno che ha generato un blocco quasi totale dei comparti produttivi, arrestando consumi e bloccando le filiere di approvvigionamento, messo in ginocchio la piccola e media impresa, “sospendendo” milioni di posti di lavoro, azzerando la produzione di beni e servizi e generando una crisi di liquidità devastante .

Proprio in virtù di questa eccezionalità il gruppo dei paesi guidati, per ora, dalla Francia si è dimostrato  riluttante verso lo strumento del MES, anche a condizionalità leggera,  in favore invece dell’emissione di Euro Bond, attraverso i quali si raccoglierebbero risorse sui mercati finanziari garantiti dall’insieme degli Stati che compongono l’Eurozona. L’opposizione olandese, di fatto, ma a regia germanica, preme, da una parte  sul rifiuto di una  garanzia comune che obbliga in solido tutti i membri dell’Area Euro, e dall’altra sul  poco controllo che si genererebbe sulla scelta di spesa in investimenti operata .

Di fronte a questo braccio di ferro la posizione italiana si è via via ammorbidita, sia sulla possibilità di utilizzo del MES light, mostrando il limite della fragilità contrattuale del direttivo come emanazione di conflittualità della maggioranza, che rende ovviamente  debole la posizione italiana sul tavolo europeo,  sottostimando i rischi relativi e potenziali  di vincoli e condizioni che esso nel tempo comporta, sia con l’accettazione, elucubrata come successo nazionale, di un altro strumento frutto di un compromesso  che risolve lo stallo tra i due gruppi di paesi dell’aerea Euro e cioè il Recovery Found. Questo è  un fondo garantito dal bilancio della comunità europea da utilizzare per emettere dei Recovery Bond e cioè, titoli di debito comune  che raccoglierebbero liquidità sui mercati per poi metterla a disposizione degli Stati in difficoltà per l’emergenza dovuta al covid 19, ma che, sui tempi di applicazione e sulla dotazione,  non risponde al criterio di urgenza  e di massa critica che la situazione economica e finanziaria del tessuto economico europeo,  e italiano in particolare, esige oramai da tempo.

La recessione mondiale  in atto  impone, come più volte abbiamo ripetuto,  delle scelte immediate  legate ai rischi di uno sfaldamento dell’unione se non sarà in grado di garantire tutti i paesi che ne fanno parte, e allo stesso tempo è legata agli imprevedibili scenari che il virus si porterà dietro nei prossimi mesi, viste le ipotesi contraddittorie che gli stessi scienziati prospettano per il futuro. Le divisioni interne alla maggioranza non sembrano determinare, per ora, precisi quadri programmatici, sia sul fronte estero delle trattative per l’emanazione di Euro Bond, sia sul fronte interno, dove accanto alle dichiarazione sulla graduale riapertura, non seguono puntuali protocolli che regolino nella pratica i tempi e i modi di un ritorno alla normalità, accanto alle assicurazioni sugli interventi di sostegno non seguono puntuali aiuti alle categorie in difficoltà.

Occorrono da tempo politiche anticicliche che  riducano la vischiosità dell’economia dovuta a un austerità che ha agevolato i paesi ad economia più forte come la Germania, che ha visto espandere le sue esportazioni, aiutata dalla introduzione della moneta unica, che ha definitivamente cancellato la possibilità per gli Stati ad economia più debole  di agire sulle  svalutazioni delle singole monete nazionali, in sinergia con le manovre  delle proprie banche centrali, per rendere  i  loro prodotti più appetibili  sui mercati internazionali  riequilibrando le loro bilance commerciali. L’idea che la moneta unica avrebbe alimentato il commercio tra i Paesi membri sostenendo soprattutto, in un azione equilibratrice, proprio le regioni e gli Stati più deboli attraverso processi di convergenza, non si è del tutto realizzata. Anzi i vantaggi comparati, che avrebbero dovuto rendere più competitivi i territori dell’Europa meridionale per evidenti economie nei costi per servizi e costi delle aree di agglomerazione,  si sono ribaltati favorendo invece un ulteriore concentrazione di investimenti industriali e commerciali nelle aree centralizzate e già congestionate, attraendo ancor più capitali a basso costo e nuovi servizi, digitalizzando le aree già più efficienti e marginalizzando ulteriormente quelle più depresse e periferiche.

Tutto ciò pone quindi una seria riflessione sulle metodiche e gli strumenti da adottare  dallo Stato in sinergia con la Comunità Europea che sleghino i nodi che il tessuto imprenditoriale avverte in modo opprimente, subendo inefficienze allocative e ritardi gestionali. C’è troppa incertezza e troppe voci che si intersecano nelle direttive che cittadini e imprenditori devono decifrare, troppi i ritardi nelle erogazioni dei fondi a sostegno delle attività in difficoltà, troppe le contraddizioni e i dubbi che escono dai DPCM spesso in contrasto con le decisioni delle singole regioni che, più in aderenza alle esigenze locali, esigono più autonomia di manovra con scelte che anticipano quelle del governo costringendolo a una affannosa rincorsa o a bracci di ferro istituzionali, come evidenzia l’impugnazione dell’Ordinanza n.37 del 29 aprile di riapertura dei locali emanata del Presidente della regione Calabria Jole Santelli da parte del ministro Boccia.

Ma è sempre più evidente che la ripresa non potrà avvenire senza regole certe e un dialogo paritario tra Governo e Regioni. Senza un fondo perduto per ripianare le perdite non più recuperabili, poche saranno le piccole imprese che avranno la forza di riaprire, senza fondi a costo risibile di lungo periodo finalizzato al sostegno di comparti che sentiranno ancor più la crisi proprio nei mesi della ripartenza, come il settore turistico allargato, difficilmente si avrà la forza di riorganizzare intere filiere interconnesse tra loro. Risultano insufficienti i prestiti fino a 25.000 euro a garanzia totale, mentre per quelli di importo maggiore le procedure, fin troppo  contorte, dilatano i tempi di erogazione, in perfetta aderenza al vulnus burocratico made in Italy che stenta a snellirsi e ad adeguarsi ai tempi dell’economia reale sempre più digitalizzata .

Sarebbe auspicabile premere su iniziative di  politica fiscale espansiva, taglio del cuneo fiscale e riduzione delle aliquote per le imprese, mentre dall’altro lato immediati versamenti sui conto correnti delle partite IVA e procedure snelle  sui prestiti, darebbero respiro e un iniezione di fiducia al sistema logorato da mesi di fermo. La sburocratizzazione dell’apparato statale è un esigenza oramai vitale, come la selezione di un nuovo modello di sviluppo sostenuto da classi dirigenti formate sull’idea di un ’interesse nazionale che vada oltre gli interessi delle vecchie logiche politiche basate su prese di beneficio di breve periodo.

Sarebbe oltremodo necessaria, a parer nostro,  una riflessione di opportunità strategica che tenesse conto dell’immenso volume di fondi italiani detenuti all’estero e aprire una discussione non ideologica sul loro definitivo e conveniente rientro in Italia. Contemperando le esigenze di liquidità dell’economia italiana con le esigenze di regolarizzazione e di redditività di questi fondi, si potrebbe ipotizzare un ulteriore sgravio fiscale  determinante per il flusso di capitali rientranti ma vincolati a programmi di  investimento utili alla riorganizzazione aziendale e alla creazione di lavoro strabile. La proposta, rilanciata da Giulio Tremonti, De Bortoli e Bazoli di un prestito irredimibile senza imposta e  a lunghissimo termine, con tasso di interesse molto basso, meriterebbe poi una valutazione delle forze parlamentari, obiettiva e  bipartisan, per capire se attraverso un prestito Nazionale si possa ricostruire il settore economico e  imprenditoriale del Paese, cementando quell’unità nazionale che viene prima di quella europea che sembra  sempre più edulcorata. Gli impatti economici negativi hanno riguardato tutto il paese e hanno colpito gli interessi nazionali esponendoli, sia a rischi futuri di acquisizione, che a una perdita economica di spazi vitali  che necessitano di difesa  e sostegno. L’applicazione  della Golden Power in una visione economica strategica del Paese e un rafforzamento delle dinamiche operative sullo scacchiere geopolitico dell’Italia, impongono un modo nuovo di operare che si basi su nuovi modelli gestionali di valorizzazione e salvaguardia degli asset  Nazionali. Spostando, infine, l’analisi degli impatti economici nelle macroaree del paese, certamente le locomotive del centro nord hanno sperimentato una virulenza e una mortalità eccezionali, e per questo sono quelle che hanno più bisogno di sostegno e liquidità per ripartire ma sono anche quelle più strutturate, circondate da un sistema bancario diffuso, maggiore concentrazione di ricchezza e di servizi, tradizionali canali di esportazione e una maggiore storicizzazione  di  attenzione da parte dello Stato.

Ma cosa succederà alle aree più deboli, storicamente marginalizzate  i cui flussi economici appaiono da decenni modesti, che scontano l’assenza di politiche di intervento equilibratrici dello Stato e assenza di politiche economiche regionali organiche. In questi territori dove l’epidemia è stata soffocata dal connubio tra la buona gestione delle istituzioni regionali e  osservanza delle norme da parte dei cittadini, il tessuto economico è fragile, il sistema dei trasporti inefficiente, la programmazione interventista dello Stato fumosa e il più delle volte farraginosa, caratterizzata da  decenni di trasferimenti di risorse inadeguati e il più delle volte dirottati verso altre regioni  o per le emergenze straordinarie del Paese, procrastinando  investimenti  necessari per integrare il sud al nord, ma anche per rendere l’intera nazione un organismo omogeneo e competitivo con quelle aree europee ben più integrate ed efficienti della nostra – il sistema logistico nazionale ne è una prova come il sistema della mobilità, il sistema sanitario, il sistema della ricerca e delle università meridionali – Il disagio sociale che potrà derivare da un mancato intervento sul sostegno di queste aree, contraddistinte da un lavoro a tempo determinato che arriva a toccare il 60% di quello totale, e da altissime percentuali di lavoro irregolare, da condizioni di servizi primari largamente insufficienti, da un tessuto economico fragile e poco strutturato e  con  scarsa propensione alle esportazioni, potrà scatenare seri problemi sociali che possono riverberarsi sull’intero territorio nazionale, basti solo pensare che il sud è il primo mercato per i prodotti del nord Italia e una significativa contrazione della capacità di acquisto delle aree meridionali si tradurrà necessariamente in un blocco delle produzioni delle stesse locomotive del Paese.

*Direttore di Eurispes Regione Calabria 

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