“Mezzogiorno” di fuoco o l’ultimo canto del cigno *

di Roberto BEVACQUA *

SECONDO un analisi de “Il Sole 24 Ore”, tra i possibili scenari di  impatto  del Covid-19 sulle aziende italiane, quello più ottimistico,  che delineerebbe una ripresa già a partire da questo mese, determinerà un crollo del fatturato  per il 2020 e 2021 di circa 300 miliardi di Euro. Ben più catastrofico lo scenario di una cessazione dell’emergenza per la fine del 2020, in questo caso si assisterebbe al dissolvimento di un giro di affari che si avvicinerebbe ai 700  miliardi di euro, con distruzione di milioni di posti di lavoro, la chiusura definitiva di migliaia di aziende e una recessione spaventosa qualora la crisi e cioè la definitiva riapertura andasse oltre i primi mesi del 2021.

Questi scenari e la vicinanza alla pancia del tessuto imprenditoriale, oltre che al sentiment delle famiglie sempre più in difficoltà, spiegherebbe gli strappi per anticipare la riapertura di alcuni settori imprenditoriali  di alcune regioni come la Calabria che, se da una parte hanno subito una minor virulenza del Covid, dall’altro vedono effetti erosivi di ampi settori di una economia fragile e poco strutturata, con atavici problemi che fondano la loro origini, da un lato negli scarsi investimenti operati dallo Stato sul suo territorio e dall’altro, dalla incapacità delle classi dirigenti, che si sono alternate nei decenni, a spendere non solo le risorse ordinarie dello Stato ma anche quelle straordinarie del fondo di coesione – sempre meno capiente e spesso dirottato altrove- unitamente alle risorse dei fondi comunitari che sperimentano livelli di impiego “inspiegabilmente” indecenti .

I fondi  ordinari, erogati in  conto capitale ed investimenti per realizzare opere infrastrutturali, di cui il Sud ha estremamente bisogno per ricucire il gap col resto del paese, vedono, una spesa per il  Mezzogiorno di circa il  22 % rispetto alla popolazione che nel Sud si aggira intorno al 33%. Al dato già di per sé iniquo si aggiunge il dato della  spesa straordinaria, cioè la spesa aggiuntiva dedicata al Mezzogiorno dal fondo di coesione, il cui impiego supera di poco solo il 3% delle risorse destinate.

Per i fondi strutturali comunitari – fondi europei che  insieme alla spesa del fondo nazionale straordinario ricordiamo sono fondi aggiuntivi per il riequilibrio territoriale regionale e non sostitutivi del fondo ordinario nazionale –  il quadro è ancor più desolante, con spese effettive ancora insufficienti e dovuti a incapacità programmatica, all’assenza di una visione di medio lungo periodo della pianificazione strutturale sugli asset di impiego delle risorse, e a una incapacità di spesa connaturata anche a una rigidità burocratica degli iter, contestualmente a una mancanza di visione strategica delle establishment governative che tra l’altro guardano alla quantità di spesa e non alla qualità dell’impiego in termini di capacità di lavoro creato, di acceleratore economico generato, di internazionalizzazione dei settori economici sostenuti, di collegamento delle filiere con un efficientizzazione della rete infrastrutturale logistica e telematica non solo regionale ma macroareale .

Quindi l’assenza di una strategia nazionale per lo sviluppo integrato del Mezzogiorno, di cui la Calabria resta “periferia dell’Impero”, si ripercuote sul ritardo dei suoi territori, a cui vengono ogni anno sottratti decine di miliardi utili a rimodernare strade, ponti , ferrovie ospedali, scuole, ciclo dei rifiuti, sistema ottimizzato dei bacini idrici, e a rendere i servizi delle regioni meridionali di livello paritario con quelli di altre regioni del Paese, sanità, asili nido, mobilità in primis .

Accanto a questo colpevole e consapevole ritardo dello Stato ad affrontare il tema di un serio riequilibrio territoriale, vi è l’irresponsabile  incapacità della pubblica amministrazione locale a pretendere la quota parte di risorse nazionali, ordinarie e straordinarie, spettante ai territori che amministrano, la scarsa efficientizzazione della progettualità e dell’ impiego dei fondi comunitari e la debole propensione ad operare in sinergia con le altre regioni meridionali in tema di logistica integrata, reti informatiche, smartizzazione dei  territori, turismo, centri di ricerca, distretti per  imprese avanzate dell’intelligenza artificiale, internazionalizzazione e partenariati privilegiati col resto dei paesi del bacino del mediterraneo.

Il disagio sociale che molte regioni meridionali hanno visto acuirsi in questi ultimi anni  non può che incancrenirsi con la crisi che il Covid sta generando in sistemi ad economia fragile, ad alta intensità di spopolamento e desertificazione aziendale e caratterizzati da scarsi livelli di servizi alle persone .

È dunque quanto mai necessario che si intervenga con una forte iniezione di fiducia, prima che la situazione di crisi possa generare effetti economici e sociali di non ritorno, con un “Piano per il Sud” che non sia ideologico e privo di strutturalità di lungo periodo garantendo risorse e Piani strutturali di sviluppo che si integrino a quelli regionali .

In queste aree i livelli di povertà interessano circa un milione di famiglie, il  lavoro irregolare,  come il numero dei disoccupati, si avvicina alla stessa cifra disegnando un quadro preoccupante per la tenuta sociale. La carenza di liquidità che le imprese italiane lamentano per gli effetti dovuti all’epidemia di Covid, al sud diventa un nodo che si stringe a quello già strutturale di una difficoltà cronica a reperire fondi regolari attraverso capitalizzazione del sistema imprenditoriale e sconta un sistema del credito locale  più rigido e costoso, che guarda più alla capacità di credito che alla capacità di reddito dei richiedenti, ovvero più alla capacità di offrire garanzie reali che all’idea di business e ai piani di sviluppo e crescita aziendale, specie se di piccole dimensioni.

La criminalità in queste situazioni prospera e stritola nel breve e medio termine quelle aziende costrette a ricorrere a capitali di emergenza per resistere nell’attesa che lo Stato deliberi risorse a fondo perduto e  credito a tasso nullo, che la comunità europea decida cosa fare, non domani ma oggi, su quali cavalli puntare, Mes o Eurobond, oltre al Bei e  al Sure, con quali tempi, quante risorse e  condizionalità.

I dati dell’Istat disegnano un Mezzogiorno caratterizzato da un silente esodo di giovani sempre più specializzati, una perdita di valore umano ed economico che condanna il sud ad una desertificazione di cervelli  utili a quelle aree più dinamiche e smartizzate che cumulano ancor più le asimmetrie evolutive del Paese.

In questi ultimi quindici anni il Sud ha visto andare via oltre un  milione e duecentomila persone  e la sola Calabria, che ha una popolazione di meno di 2 milioni di abitanti, ha avuto una perdita netta di 122.000 persone, e di questi gran parte specializzati.

Secondo uno studio Svimez il 50% delle esportazioni di beni che le aziende del centro nord producono viene venduto nelle aree meridionali, generando un valore di  circa 177 miliardi di euro, il 14% del Pil del centro nord  in valore, mentre uno studio di Banca di Italia ci dice che 100 euro investite al Sud attiverebbero redditi per  ulteriori 40 euro mentre ne genererebbero solo 10 se investite a nord.  Tali redditi  differenziali, per altro, attiverebbero una maggiore capacità di spesa nel breve e medio periodo per le popolazioni meridionali, in gran parte, tra l’altro,  impiegata per l’acquisto di beni provenienti dal centro nord.

C’è quindi tutto il vantaggio a rimarginare i disequilibri territoriali per rafforzare l’interesse nazionale, ad avere un Paese unito, organico e strutturalmente omogeneo, utile a competere sugli scenari internazionali. Trasformare questa crisi in un opportunità è oltre che una necessità una convenienza storica, riorganizzare il Paese però vuol dire avere una visione strategica nazionale in linea con le specificità di ogni singola regione e allo stesso tempo immaginare il Paese come un unico organismo fatto di gangli relazionati tra loro, una rete di opportunità in sinergia e non in competizione dove poter investire e programmare il futuro delle prossime generazioni.

In definitiva, di fronte alle cifre impietose  e ai problemi sopra descritti, non’è solo il Sud, a vivere il proprio “Mezzogiorno di fuoco” ma l’intera Nazione. Senza l’attivazione di un circolo virtuoso di investimenti ragionati lungo tutta la penisola e nello specifico senza un riordino paritario dei fondi dello Stato nelle sue regioni e in assenza di una programmazione/pianificazione del riassetto statuale che rimetta efficienza, dinamismo e snellimento burocratico al sistema Italia, sarà tutta la nazione a soccombere dietro un default annunciato che porrebbe le basi per un definitivo outlet Italia … l’ultimo canto del cigno .

*Direttore di Eurispes Regione Calabria 

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