Rogliano, la storia del soldato Pietro Garofalo “sepolto in mare” dopo l’affondamento del piroscafo Oria *

di Gaspare STUMPO *

IN SEGUITO all’Armistizio dell’8 settembre 1943 (e alla campagna del Dodecaneso) i vertici dell’esercito tedesco stabilirono lo spostamento dei prigionieri dall’Isola di Rodi ai campi di concentramento situati sul continente. Decisero, per il trasferimento via mare, di utilizzare vecchie imbarcazioni di tipo commerciale in cui stipare, oltre ogni limite e senza misure di sicurezza, migliaia di soldati. Purtroppo, circa quindicimila di questi vi trovarono la morte per l’affondamento dei natanti dovuto ad incidenti o ad attacchi degli Alleati. Una tragedia immane che si consumò nelle acque del Mediterraneo cadendo per decenni nell’oblio. Ad essa è legata la vicenda del piroscafo Oria, di fabbricazione norvegese, affondato il 12 febbraio 1944. A bordo, quel giorno, si trovavano 4046 internati militari italiani (Imi): 43 ufficiali, 118 sottufficiali e 3885 fanti, che si erano rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale (e al Nazismo). Con loro diversi calabresi, qualcuno originario della Valle del Savuto. Come Alberto Provenzano, di Piane Crati.  O il roglianese Pietro Garofalo, classe 1920, Croce al Merito di Guerra, che ebbe anche lui la sfortuna di essere imbarcato su quella nave. Il piroscafo, ricordiamo, affondò nei dintorni di Capo Sounion, a venticinque miglia dal Pireo dove era destinato. Di quel carico umano si salvarono in pochi. L’imbarcazione era stracolma di materiale e i passeggeri (che non erano prigionieri di guerra) trattati come bestie e costretti a viaggiare in condizioni disumane. Il naufragio e le sue conseguenze passarono quasi in secondo piano. Trascinati dalla corrente, i corpi di alcune vittime furono sepolti sul posto e, successivamente, traslati nel Sacrario dei Caduti di Oltremare. I resti degli altri soldati rimasero “sepolti” all’interno del relitto. Primogenito di Giovanni e di Giuseppina Altimari, genitori di altri tre figli (Maria, Teresa e Mario), Pietro era stato chiamato alle armi poco più che ventenne. Una mazzata per la famiglia. Questo giovane (nella foto), che di professione faceva il falegname, era un ottimo artigiano ma, soprattutto, era una persona molto socievole e creativa sulla quale i congiunti avevano riposto grande fiducia anche per il futuro. Di lui non si  seppe più nulla, a parte la condizione di disperso seguita a quella di Imi. Fino a qualche settimana addietro, allorquando i nipoti, dopo ricerche mirate, hanno ricevuto conferma della triste sorte di quello zio partito in guerra e mai più tornato. Giusto il tempo per partecipare alle iniziative solenni promosse in occasione del 75° anniversario della tragedia che si sono svolte Italia (Velletri) e in Grecia (Atene), alla presenza di autorità’ civili, religiose e militari.  

* (gasparemichelestumpo@pecgiornalisti.it)

Fonte: Parola di Vita

   

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