Con la vicenda di Georg Floyd si riapre il dibattito sul razzismo *

di Giuseppina DE MARCO *

Accade il 25 maggio. George Floyd, un nero di 46 anni, è morto a Minneapolis, dopo aver subito le percosse di un poliziotto che con con un ginocchio ha premuto per alcuni minuti sul collo dell’uomo. George gridava “non riesco a respirare”. Urla sofferte che non sono bastate a placare l’intento del poliziotto.

Il tutto è iniziato con una chiamata  alla polizia da parte del proprietario di un negozio che denunciava l’uso di una banconota falsa ad opera di George Floyd. Arrivati sul posto, gli agenti hanno trovato l’accusato all’interno della propria auto e l’hanno ritenuto essere sotto l’effetto di droghe o alcol. Sostengono ancora che l’uomo si rifiutava di scendere dalla macchina e solo dopo averlo ammanettato, si rendono conto delle critiche condizioni di salute di Floyd. Gli agenti immobilizzano Floyd sul suolo, con la pancia schiacciata a terra , mentre uno degli agenti, preme insistentemente con il ginocchio sul collo dell’uomo. Il susseguirsi delle dinamiche fin qui descritte, è testimoniato da una ripresa dell’accaduto, che sta circolando sul web nelle ultime ore, scatenando non poche polemiche e proteste.

Le immagini sono forti, sono un pugno nello stomaco. Resta comunque oscuro l’avvicendarsi antecedente all’aggressione. “Non riesco a respirare”, “non uccidetemi” urla con strazio George Floyd. Alcuni passanti gridano “ sta sanguinando dal naso” “liberategli il collo”. Floyd viene poi adagiato su una barella e trasportato in ospedale.

La reazione alla vicenda è stata immediata. Il sindaco della cittadina, Jacob Frey, eletto con il Partito Democratico, ha annunciato il licenziamento dei quattro poliziotti, in quanto essere nero, non deve essere un motivo per morire negli Stati Uniti. La tecnica effettivamente usata dagli agenti di polizia violava a pieno titolo le regole del corpo in divisa. Viviamo in un tempo in cui sotto la presidenza di Donald Trump, il razzismo contro i neri, non è mai stato combattuto e gli omicidi della polizia sono sempre più frequenti. Si potrebbe addirittura avanzare il pensiero che alcuni indossano una divisa e iniziano a distorcere la realtà sociale se non umana, aggiungerei.

Non devono esistere le lacrime di Shawanda Hill, compagna di George Floyd, cosi come non devono esistere immagini e urla disperate di un uomo impossibilitato a difendersi, perché vittima di forze violente e disumane. Le nostre coscienze dovrebbero essere intolleranti già per natura a tali bruttezze. I cartelli con scritto “ no giustizia, no pace”, “black lives matter” e “ basta linciarci” sono verità essenziali, che dovremmo ripeterci sempre. Stando in casa, andando per via, coricandoci e alzandoci, scolpiamole nel nostro cuore. Non c’è maggior tristezza di un fratello che si spegne nell’indifferenza complice  di un altro fratello. Si innalzino pure le scuole dell’amore. Imparare ad amare, è più necessario dell’odiare. Non riduciamo il cervello umano della nostra società ai minimi termini. Siamo potenti contro l’inumanità. Lottiamo.

* autrice

 

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