La “scuola per imparare” di Pietro Cundari. Figline, il ricordo a tre anni dalla scomparsa

di Giacomo CESARIO *

HA LASCIATO segni notevoli di familiarità il Direttore didattico Pietro Cundari, nel mondo della scuola, innanzitutto. E poi in quello culturale cattolico e istituzionale, tra gli amici e i suoi cari, nel paese natale di Figline Vegliaturo che a tre anni dalla morte lo ricorda con una cerimonia al Comune. L’intento è di proporre una riflessione a tutto campo sulla personalità di Cundari, uomo di primo piano nel panorama della scuola italiana, alla quale si è dedicato incessantemente e con successo e ha creduto fino all’ultimo. “Solo chi dentro una classe ci entra ogni giorno, ne vive appieno umori e tensioni, potrebbe cogliere ciò che di meglio da essa fosse stato prodotto”, aveva detto in un’intervista di molto tempo fa. Erano quelli gli anni della dirigenza scolastica, quanto mai intensi e ricchi di progetti, in cui sollevava un po’ ovunque la delicata questione di una scuola modello che fosse “nutrita di fede e pulsante di vita”, studiandone, in decine di congressi e convegni, i bisogni, le esigenze, individuandone le inefficienze, proponendo a educatori, politici, amministratori, opinione pubblica riforme e rimedi.

Alquanto contenuto quando parla dei propri lavori in cantiere, riservato agli estremi sugli impegni, scolastici e non, che lo conducono in ogni parte della penisola (dotte conferenze, applauditi discorsi, testi da approvare o recensire sulla stampa specializzata, commissioni d’esame ed altro ancora), Cundari insiste sul concetto di “scuola per imparare”, luogo primo di sapere, che punti anzitutto sulla conoscenza, formando coscienze. Non una conoscenza teorica, ma una conoscenza applicata.

Sembra partire proprio da qui l’instancabile direttore quando, ancora giovane, sempre elegante in giacca e cravatta, rincorso dagli impegni, si fa notare per profondità di pensiero, per l’efficacia della parola con cui domina le sale gremite, diretta sempre a spiegare, a rincuorare, a rasserenare, piuttosto che a denunciare o accusare. Non nasconde la formazione cattolica e buona e svariata è la sua cultura, che si estende a campi diversi: dalla conoscenza delle letterature classiche, fino agli studi filosofici e pedagogici, nei quali era versatissimo. I suoi modelli, oltre al Rosmini, furono Agostino d’Ippona, il domenicano Tommaso d’Aquino, valenti pedagogisti tra cui Maria Montessori (il cui metodo educativo è tutt’ora adottato in migliaia di scuole in tutto il mondo), storici, ma anche scrittori assai noti come Alessandro Manzoni, l’autore dei Promessi Sposi, a cui era particolarmente affezionato, o che considerava uno dei più letti al mondo, opera che, ancora ragazzo, gli fece intendere la letteratura come “azione morale”.

Filo conduttore del suo lungo e prolifico percorso è la fede in Dio, testimoniata per tutta una vita con amore cristiano e partecipazione umana, dando forti esempi di dedizione, richiamando al dovere, insegnando che non bisogna lamentarsi solo, piuttosto agire, ma correttamente “a che le opere e le azioni si propongano sempre un’elevata finalità educativa”.

Più vicine sentiva a lui le figure sociali di Filippo Neri e Giovanni Bosco, ottimi educatori dei giovani, da cui attingere regole di vita, trarre forza e ispirazione per l’elevazione sociale e culturale della propria terra, quando la durezza dei tempi e gli avvenimenti avevano portato dolori e spazzato via tanti sogni, di cui restava il rimpianto.

Intellettuale finissimo, difensore come pochi dell’alto ideale cristiano, Cundari può certamente considerarsi un autentico immancabile protagonista del dibattito culturale e politico in un arco di tempo piuttosto lungo che breve, ma intenso di eventi decisivi per l’Italia post bellica, uno dei più attenti e sensibili interpreti di quel sud “colto e lacerato” per il quale, ha cercato, qui vivendo e operando, tempi nuovi. E che, sul finire del secolo, ci aiuta a rileggere col proposito di capire, egli stesso, e di far capire le ragioni di quella “calabresità” che avvolge e non lascia intravedere altro. Ma anche gli aspetti folclorico-religiosi e del burlesco intrattenimento o le imbastite pittoresche storielle di piazza, dall’acceso sociologismo, non sembrano appassionare il Cundari. Da uomo intensamente dedito allo studio, è più sostanzialmente orientato a guardare a grandi figure dei secoli passati, e fra esse sono i filosofi Bernardino Telesio e Tommaso Campanella, che hanno sentito – cito parole sue – “il peso delle idee e degli eventi e il valore della vita, il divino che è in noi”.

Tocca a lui, su incarico di un gruppo di universitari cattolici, risalire a una storia millenaria di alta e coraggiosa spiritualità, che vide in Calabria la presenza attiva di comunità monastiche in cui asceti penitenti si trovano immersi nell’estasi della preghiera, da Gioacchino da Celico, che costruì l’eremo di San Giovanni in Fiore, a Francesco di Paola famoso taumaturgo, da Bruno di Colonia a Nilo di Rossano, i più noti divenuti santi, che additò spesso a esempio di generosa carità, di trasparente umiltà. Cundari si fa buona guida ai luoghi più suggestivi della Calabria, dove nacquero abbazie e fiorirono grandi università che si chiamarono Sambucina, Patirion, San Basile, si addentra nei singoli dettagli, piccoli frammenti di una grande storia che forse pochi conoscono. Racconta con maestria di Confraternite qui sorte tra il ‘600 e il ‘700, di ordini religiosi poveri, di biblioteche silenziose, dai codici illustrati, dai manoscritti datati, nelle quali è presente del materiale agiografico a cui poter attingere nell’esercizio quotidiano della predicazione, uno dei momenti cardine della “cura animarum” dovuta – spiega Cundari – in larga parte ai francescani che si andavano moltiplicando ed espandendo ovunque in Calabria. I quali, oltrepassando Cosenza, si internarono anche nei paesi della vallata del Savuto sui quali incombevano la miseria, e i disastri naturali, lasciandovi traccia. Come pure lascerebbe intendere quel poco che resta nel sottosuolo del convento di monaci di Figline, adiacente la chiesa detta della Riforma.

Dunque, l’argomento religioso entra non di rado nelle discussioni del Cundari, connota i suoi scritti, i suoi interventi, le sue lezioni così sempre efficaci e piacevoli. Aspetti di fondo appassionano il Direttore. Ne discute in maniera più o meno vibrante con amici e studiosi, condividendo o meno questa o quella posizione, dentro e fuori le aule scolastiche. “Si fa fatica a stargli dietro” – ripetevano spesso insegnanti e allievi, tanta era la scrupolosità del suo insegnamento, certamente impegnativo, esigente. Ma tutta l’opera sua è da considerarsi, a giudizio di molti, di notevole contributo alla storia del movimento cattolico italiano a cui sono approdati uomini e donne che in essa hanno trovato un punto di riferimento, non solo per la cultura cristiana, ma anche per la difesa dei principi di libertà.

Unanimi i consensi per l’intestazione di un Largo a Figline il 7 dicembre 2019 a Pietro Cundari, ricordato anche per essere stato uno dei più apprezzati Direttori che il mondo della didattica rimpiange, lo studioso cui la Calabria deve parecchio, dove ora riposa in una semplicissima tomba con le sole date di nascita e di morte. Naturalmente il sentito omaggio non potrà non imporsi come testimonianza e contributo al più ampio dibattito in corso sulla precaria situazione della scuola italiana, aperta a svolte novatrici, ma anche a contraddizioni, in attesa -si spera- di migliori destini.

*giornalista

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