4 Novembre 2026
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Approfondimento

“Dai gas ai droni: l’evoluzione della guerra, l’involuzione dell’uomo” *

RICEVIAMO e pubblichiamo:

ERA IL MESE di marzo del 1988 e l’Iran combatteva ferocemente contro l’Iraq. Fu una guerra sanguinosa combattuta dai contendenti con tutti i mezzi disponibili, anche con l’arma dei poveri: i gas. Marzo 2026 e l’Iran è sempre in guerra. Anche questa volta ci sono Stati Uniti ed Israele che hanno attaccato. Ma oggi, diversamente da allora, non si parla di armi chimiche ma di missili, droni fino al temibile ricorso all’uranio arricchito. E’ un’altra guerra. Nel 1988 tutto il mondo, come oggi, rimase allibito di fronte al ricorso ai gas di cui fu accusato il regime iracheno con Saddam Hussein. Anche allora gli Stati Uniti intervennero certi di trovare arsenali di armi chimiche che poi non trovarono. Rimase però il fatto che queste armi furono indubbiamente usate e noi stessi ne siamo stati testimoni. In quella circostanza, infatti, tutto il mondo si mobilitò, ogni paese per come poteva. Anche l’Italia fece la sua parte con la costituzione di una Commissione Medica, di cui facemmo parte, perché si recasse ad osservare con l’imparzialità della scienza le zone dove erano stati usati i gas letali ed i loro effetti. Riteniamo utile ricordare quegli eventi e quella esperienza personale, di fronte ai fatti di oggi,  allo scopo di offrire a chi legge un motivo in più per riflettere sulla inutilità in molti casi delle guerre e per rilevare come l’uomo, quando scattano alcuni meccanismi, perda il suo controllo e sia capace di ricorrere a qualunque mezzo al fine di prevalere sull’altro. E’ la guerra. La storia poi racconterà i fatti, ma intanto è la guerra.

La Commissione Medica Italiana, composta, oltre che da noi stessi da altri quattro docenti dell’Università di Roma “La Sapienza”, si recò nel marzo del 1988 ad Halabja, città del Kurdistan iracheno, che fino a poco tempo prima contava circa 70.000 abitanti, per vedere da vicino e direttamente gli effetti di quelle esplosioni. Al momento dell’osservazione da parte della Commissione, dopo il 18 marzo, Halabja era una città di morte, distruzione, miseria. La morte era in tutto e dappertutto, negli uomini, nelle donne, nei bambini – 5000 esseri umani stroncati così come si trovavano  in pochi secondi – negli animali – cavalli, pecore, buoi, galline – nelle pietre delle case, nelle porte dei negozi, nell’aria – un pungente fetore di cadavere – nelle piante, nei campi. Tutto era morte e desolazione. A ricordare, ad Halabja, che si era ancora nel mondo era solo il cinguettare degli uccelli che avevano appena ripreso a svolazzare – non più disturbati – nell’aria che aveva portato morte e distruzione.

La tragedia di Halabja era iniziata proprio quel 18 marzo quando gli iraniani avevano sfondato il fronte nord-occidentale e conquistato circa 1500 km quadrati di territorio comprendenti anche Halabja. Molti, pensando ad una controffensiva, lasciarono la città. Ma la conseguenza fu immediata e venne attuata con il ricorso alle armi chimiche.  Erano le 12 del 18 marzo ed il massacro fu indescrivibile. Fu un vero mezzogiorno di … gas come titolammo poi i nostri servizi su “Il Giornale d’Italia”.

Appena atterrati con gli elicotteri messi a disposizione della Commissione dal Governo iraniano balzò evidente ai nostri occhi l’erba bruciata dai gas e, vicino, qualche fiorellino appena sbocciato. La morte e la vita! Ci incamminammo in quello che rimaneva della città e verso di noi vediamo venire un camioncino con alcuni uomini ritti sul cassone. Sapevano chi eravamo. Si fermarono. Erano gli addetti alla raccolta dei cadaveri. Avevano una espressione rassegnata ma fiera. In fondo anche loro erano dei combattenti. Ci invitarono a guardare il loto pietoso carico: il viso appena coperto da un fazzoletto a fiori ed il corpo di un uomo completamente annerito ed in fase di putrefazione ritrovato in uno scantinato. Si capì che quegli uomini avevano visto di peggio. Noi ponemmo mano alla maschera che ci era stata fornita al momento dell’imbarco sull’elicottero presso l’aeroporto militare di Baktaran  a 4300 m sul livello del mare e ad un’ora di volo da Teheran. Vi potrebbero servire, ci avevano detto, anche in caso di un non improbabile nuovo attacco chimico. Insieme alle maschere ci avevano dato delle fiale da inoculare subito nelle cosce in caso di nuovo attacco ed un flacone di pomata da spargere sulle parti scoperte del corpo.

Poco lontano da noi era il professor Heyndrickx, tossicologo di Gand incaricato dall’ONU di redigere un rapporto sul bombardamento di Halabja. Tutto raccoglieva: pezzi di ferro, erba secca, frammenti di capelli, pietre, etc e tutto conservava in speciali contenitori metallici. Quando ci avvicinammo disse che “il terreno confermava quanto già detto esaminando i reperti anatomici delle vittime e cioè che erano stati sicuramente usati gas nervini, iprite e cianuro. Tre tipi di armi chimiche fatte esplodere contemporaneamente. Una miscela che non avrebbe potuto lasciare scampo”.

Ieri l’arma dei poveri per annientare un popolo. Oggi l’arma più elaborata, missili, droni fino alla minaccia dell’uranio arricchito.  Ma lo scopo è sempre lo stesso: portare la morte ovunque si riesca ad arrivare. Dove si andrà a finire?

* Ciro Oddo

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Redazione Redazione Savutoweb

Redazione Savutoweb. Notizie e approfondimenti dalla Valle del Savuto e dalla Calabria.

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