“La Scuola è laboratorio per la Cittadinanza attiva”

di Pasquale TAVERNA

 

Perché queste giornate della scienza, tecnica ed ambiente?

Intanto premetto che esse si muovono su un solco che il nostro istituto ha già cominciato a  tracciare  da qualche anno, inoltre, esse rappresentano una delle due colonne su cui poggia il nostro POF (piano dell’offerta formativa): sviluppo e aumento delle competenze scientifiche, tecnologiche e ambientali. Come lei sa,  abbiamo già concluso le diverse manifestazioni che hanno riguardato quella che è stato l’altro asse portante del nostro Pof e cioè l’educazione alla legalità, alla solidarietà e alla cittadinanza attiva. Queste ultime hanno avuto un ottimo successo con ricadute positive sul piano formativo, grazie al fatto che i nostri studenti oltre a lavorare su queste tematiche hanno avuto la possibilità di confrontarsi con  rappresentanti delle forze dell’ordine, della magistratura, delle cooperative sociali, di esponenti del volontariato, del no profit. In questo senso la scuola è diventata un vero laboratorio per la cittadinanza attiva, la solidarietà e la legalità. Fatto molto importante proprio  perché la scuola  calabrese tutta, per mezzo dei suoi alunni  e docenti deve cercare di tentare di dare una sterzata alla nostra martoriata società meridionale.

 

Quale realtà nel suo Istituto.

Per tornare alle giornate dedicate alla scienza, tecnica ed ambiente voglio dire prima di tutto  che, il nostro istituto, proprio perché formato da tre istituti, è sì una realtà molto articolata e quindi complessa  da gestire e da organizzare, ma contemporaneamente è, in un certo senso, avvantaggiato perché possiede al suo interno  tre indirizzi  scolastici (scientifico, agro-ambientale e tecnico). Detto questo, forse risulta  più agevole, per certi versi, tentare di far camminare assieme  tre istanze che dominano la  società contemporanea e cioè la scienza, la tecnica e la sostenibilità ambientale. Sono tre importanti istanze che pur camminando assieme  spesso  si  scontrano,  quindi  devono mantenere un  rapporto dialettico perché lo sviluppo tecnologico non può avanzare senza quello scientifico ed ambedue devono però fare i conti con l’emergenza ambientale e dunque con uno sviluppo sostenibile, cioè a misura dell’umanità. Questo significa che la scienza e la tecnologia anche se ci rendono più facile, nell’immediato, la vita,  nascondano dietro l’angolo problemi  molto grossi che spesso non riusciamo a risolvere e che diventano ogni giorno di più emergenze planetarie con le quali  dovremo confrontarci seriamente  se non vogliamo lasciare alle future generazioni un’eredità composta da deserti, pattumiere e scarsità di risorse. Inoltre, queste tre giornate io le vedo anche come un momento per cementare la vision dell’istituto, cioè il che cosa,  chi siamo e quello che vorremo diventare nell’immediato futuro, ovvero verso quale meta educativa stiamo puntando. Come ho già detto, la nostra scuola è formata da tre istituti che presentano discipline e formazione  diverse, nonché  sbocchi    occupazionali differenti; cercare di trovare contenuti, argomenti che possano farli marciare di pari passo,  pur mantenendo, ognuno di essi la loro pecularietà, grazie al confronto e alla condivisione di valori, è una sfida che non possiamo non intraprendere.

 

Ci sono altre motivazioni che stanno alla base  di questa tre giorni?

Certamente sì e, direi, sono motivazioni di carattere generale. Come lei sa, gli studenti italiani sono molto deboli  nel campo scientifico, tanto che nell’ultimo P.I.S.A., quello del 2006, realizzato  dall’OCSE, siamo andati proprio male;  questa indagine ha collocato la scuola italiana, per ciò che concerne le competenze scientifiche, agli ultimi posti; siamo diventati il fanalino di coda a livello mondiale.  E’ normale che tutte le scuole, o almeno le più  sensibili, cerchino di colmare questo gap. A mio parere,  fondare buona parte del Pof su scienza-tecnologia ed ambiente può aiutare ad uscire da quest’altra emergenza che attanaglia la scuola e la società italiane. Interessare i giovani alla scienza e alla tecnica e ai loro limiti intrinseci dovrebbe aiutare il nostro Paese a collocarsi entro pochi anni al top della classifica. Solo così i nostri studenti  potranno acquisire la piena cittadinanza europea e  centrare gli obiettivi di Lisbona; sia chiaro dove non c’è conoscenza e competenza non c’è nemmeno cittadinanza.

 

Che ruolo hanno avuto i ragazzi in tutto ciò?

Un ruolo fondamentale, direi. Oggi si parla molto di didattica laboratoriale, di apprendimento anzicchè d’insegnamento, questo significa che lo studente sta veramente diventando il centro, il fine di  diverse attività scolastiche che dovrebbero aiutarlo a sviluppare i suoi interessi; solo così lo studente non vivrà quello scollamento che spesso è sotto gli occhi di tutti e che si manifesta, nel migliore dei casi,  con indolenza,   rifiuto delle discipline e  dell’apprendimento, in generale di tutto ciò che è scolastico per arrivare all’abbandono e all’insuccesso. Ormai la nostra società non può più permettersi questo, perché se ciò, malauguratamente  dovesse accadere, significherà per quella persona essere tagliato fuori dai canali lavorativi in quanto  oggi per svolgere qualsiasi attività di un certo rilievo, bisogna possedere spiccate abilità e competenze, fra le quali reputo fondamentali la capacità di imparare ad apprendere e di riuscire a lavorare collaborando con gli altri.

 

Il suo staff?

Colgo l’occasione per ringraziare il mio staff: il prof. Lio Angelo, collaboratore vicario, il prof. Marasco Angelo, collaboratore, la prof.ssa Chiodo Maria Orsola fiduciaria dell’ITI, la Prof.ssa Perrone Mirella, fiduciaria dell’IPAA, il prof. Porto Bonacci Tommaso , responsabile della sezione avicola dell’azienda agraria, i docenti tutti, gli studenti, i genitori, il personale Ata;  ringrazio veramente tutti, perché ognuno di essi è  la dimostrazione tangibile che la scuola è un’impresa collaborativa, un luogo dove si condividono valori e successi; dove si cresce assieme agli altri, dove ognuno contemporaneamente apprende  dall’altro e insegna anche all’altro. Senza questo impegno, senza questa condivisione una manifestazione complessa come questa non avrebbe potuto avere esistenza.

 

Un futuro quindi, verso una scuola della condivisione.

Da quello che ho detto  si deduce che siano ormai  finiti, superati  i tempi in cui ogni elemento dell’organizzazione scolastica (docente, collaboratore amministrativo, collaboratore scolastico, ecc.) si chiudeva in una specie di isola felice per lavorare da solo. Dobbiamo essere tutti convinti che per raggiungere  alcuni  obiettivi strategici, c’è bisogno della cosiddetta “interdipendenza positiva”.  Un proverbio giapponese afferma che nessuno da solo è più intelligente o sa più cose di tutto il gruppo preso nel suo insieme; questo per significare che ogni  componente deve  avere coscienza di essere quella parte organica al tutto, quella piccola parte, che però è essenziale affinché l’Istituto nel suo insieme raggiunga gli obiettivi fissati. Basta solo che un  membro del gruppo “remi contro”, affinché le difficoltà comincino ad essere insormontabili e l’interdipendenza diventi negativa o , nel migliore di casi, a somma zero. L’interdipendenza positiva si realizza  allorquando tutti gli attori impegnati  (studenti, genitori, docenti, personale Ata) capiscono il proprio ruolo, condividono le scelte, la vision educativa e formativa  dell’istituto.

 

Pasquale Taverna

 

 

Nella foto: il professor Giovanni Martello.

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